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Il problema di Obama? «Convincere gli ebrei»

Primarie democratiche «Con Barack troppi antisemiti»

La comunità finora ha votato compatta per Hillary

Alessandra Farkas - Corriere della Sera 17 marzo 2008

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - «Il paradosso degli ebrei americani - recita un celebre adagio repubblicano - è che, anche se ricchissimi, continuano a votare come se fossero ancora nel ghetto: a sinistra». Ma alle storiche primarie democratiche del 2008 sei milioni di ebrei Usa hanno deciso di tradire Barack Obama in favore della meno liberal Hillary Clinton. Il motivo? Il problema ebraico di Obama.

Durante il dibattito tv a Cleveland, quando il giornalista Tim Russert l'ha interrogato sull'endorsement ricevuto dal reverendo antisemita Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, Obama ha risposto di «non averlo sollecitato». «Non sarei qui stasera se non fosse per quegli ebrei americani - ha precisato - che hanno sostenuto con noi il movimento per i diritti civili nel Sud». Però ci sono voluti anni prima che si decidesse a sconfessare Jeremiah Wright, il controverso pastore antisemita di Chicago da 20 anni suo consigliere spirituale, costretto alle dimissioni sabato dopo che alcune reti tv hanno mandato in onda clip di suoi sermoni che accusavano gli Usa di aver provocato le stragi dell'11 settembre e invitava i neri a «maledire l'America».

I fantasmi di Farrakhan e Wright hanno aleggiato sulle primarie in Ohio e Texas dove la stragrande maggioranza degli ebrei ha votato per Hillary. Non era la prima volta. La senatrice di New York ha battuto Obama tra gli elettori ebrei in tutti gli stati con una larga popolazione ebraica, conquistando il 67% del loro consenso in Nevada, il 63% in New Jersey, il 65% a New York e il 60% in Maryland, pareggiando in Arizona, California, Massachusetts.

Dai pulpiti delle sinagoghe, ogni sabato, migliaia di rabbini americani echeggiano lo scetticismo espresso da leader quali Malcolm Hoenlein, capo della Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, Ed Lasky, editore dell'influente rivista online American Thinker e David Greenfield, vicepresidente della Sephardic Community Federation, tanto per citarne alcuni. Questi dubbi - esacerbati dal complicato e tenue rapporto neri-ebrei, oggi dominato da sospetti e accuse reciproche - sono culminati con la catena di e-mail che ritraggono Obama come un cripto-musulmano, che ha prestato giuramento sul Corano. Anche se totalmente infondata, la campagna di fango ha fatto presa soprattutto sugli ebrei più anziani, con forti legami in Israele.

«Quest'ansietà nei confronti di Obama la dice lunga più sul mondo ebraico che non sul candidato in sé», teorizza J.J. Goldberg, direttore editoriale del settimanale The Forward. «Dopo anni di dibattito interno alla Black America, gli antisemiti sono stati messi in minoranza - assicura lo storico Paul Berman, autore di Blacks and Jews (1994) - anche se io ho votato per Hillary, credo che il problema ebraico di Obama sia un'invenzione dei media». Anche il rabbino Michael Lerner, direttore della rivista liberal Tikkun lo difende: «La sua presunta ostilità nei confronti di Israele e degli ebrei è completamente infondata». «Le credenziali pro-Israele di Obama sono documentate», gli fa eco Abraham Foxman, direttore dell'Anti Defamation League, che però ha assunto una posizione neutrale nella corsa alla Casa Bianca.

Obama deve però fare i conti con l'incauta scelta, in politica estera, di consulenti invisi al mondo ebraico: Zbigniew Brzezinski e Robert Malley, quest'ultimo tacciato di antisemitismo dai blogger israeliani. A peggiorare le cose è la sua insistenza sul dialogo diretto Usa-Iran. Di recente Obama ha lodato la politica israeliana anti-Hamas, «perché non puoi negoziare con chi non riconosce il tuo diritto ad esistere». «La conferma della sua inesperienza in campo internazionale - ha commentato Hillary -, neppure l'Iran riconosce Israele e ha in passato minacciato di distruggere lo Stato ebraico». «La sua mancanza di esperienza ci spaventa - spiega Debbie Wasserman Schultz, deputata della Florida - sarà anche in buona fede, ma gli ebrei sono una comunità che crede ai fatti più che alle parole».

E ad attaccarlo su Israele è anche Ralph Nader, candidato presidenziale di origine libanese. «È un voltafaccia - lo accusa -, per opportunismo politico ha tradito la causa palestinese di cui un tempo era il paladino». Una tesi che rilancia le critiche dello scrittore arabo-americano Ali Abunimah: «Si è scusato con me per aver smesso di parlare dei diritti dei palestinesi - afferma -, mi ha assicurato che, una volta eletto, tornerà alle sue posizioni originali».