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Stiamo con il Tibet e boicottiamo le Olimpiadi in Cina

Vittorio Feltri - Libero 16/3/2008

L'Italia sta male ma il mondo non sta meglio e questo non ci aiuta. Nel Kosovo indipendente non è scoppiato ancora il casino. Tempo al tempo: scoppierà quando il nazionalismo serbo sarà traboccato.

Noi occidentali resteremo indifferenti. Ci siamo già dimenticati della pulizia etnica ovvero il genocidio voluto da Milosevic. Inoltre i kosovari sono albanesi e musulmani, quindi stanno sulle scatole a molti cattolici che hanno più a cuore i monasteri della regione ex jugoslava che il diritto all'autodeterminazione dei popoli.

Se ordinassimo un sondaggio su quanto siano preoccupati i connazionali per le sorti del Kosovo scopriremmo che non gliene frega niente. Ovvio, la politica internazionale interessa soltanto quando influisce sulle nostre tasche. Sarebbe ipocrita scandalizzarsi.

Penso che anche la repressione del regime in Birmania non abbia indignato più di tanto: certo le immagini della violenza teletrasmesse ci hanno impressionato; lo spazio di un mattino. Non appena i tigì hanno voltato pagina per esaurimento del materiale di repertorio, abbiamo pensato ad altro.

Adesso i giornali si occupano del Tibet in rivolta contro la Cina che lo occupò con la sua armata stracciona e rossa nel 1950, e mai più lo abbandonò. Titoloni in prima pagina e, all'interno, una fettina di carta geografica a ricordarci dove cavolo si trova il Paese dei monaci buddisti che invece del Papa hanno il Dalai Lama.

La globalizzazione non ha annullato le distanze? Non troppo, a quanto pare. Mongolia e Tibet per la maggioranza sono più lontani e misteriosi di Marte. Ne sa poco o niente e non intende approfondire. Basti rammentare la recente visita in Italia del Dalai Lama. Chi si è emozionato? Chi è andato ad ascoltarlo? Chi lo ha ricevuto nelle città dove si è recato? Il Vaticano si è dedicato a lui? Non c'è un partito tra quelli impegnati nella campagna elettorale, eccetto la Lega Nord, che abbia speso una parola in difesa del Tibet soggiogato dallo strafottente comunismo cinese.

Guai a disturbare il manovratore attualmente impegnato a preparare, in stile faraonico, i giochi olimpici che si svolgeranno la prossima estate. Solo Calderoli ha proposto, col noto piglio, di boicottarli per protesta contro la spietata dittatura gialla. Tutti gli altri zitti. Silenzio generale, qui e altrove.

Ci sarà un motivo per cui tutti se ne sbattono del pugno di ferro alla pechinese. In altre epoche si apprezzò una sensibilità diversa nei confronti di popoli umiliati e offesi da potenze dispotiche di destra e di sinistra. Del Cile di Pinochet si discute ancora oggi. La coppa Davis (tennis) con gli italiani finalisti si disputò lo stesso in quella nazione, ma fu ridotta, per punire il generalone, a una specie di torneo aziendale. Nel 1980 qualcosa di simile avvenne nell'Unione Sovietica che ospitava le Olimpiadi. Ai giochi non aderirono numerosi Paesi di grande tradizione sportiva perché i sovietici avevano invaso l'Afghanistan. E la manifestazione si impoverì al punto da risultare irrilevante ai fini del rilancio dell'Urss.

La Cina invece - Tibet o non Tibet - conviene non toccarla perché, a differenza del Cile, piccolo e inguaiato, e dell'impero brezneviano, burocratizzato e dall'economia asfittica, è ricca sfondata e in costante crescita nonostante le masse vengano sfruttate per alcuni spiccioli. Oggi come ieri e ieri l'altro.

Con la "dittatura a mandorla" tutti fanno o sperano di fare business. Non esiste impresa occidentale, di qualsiasi dimensione, che non sia attratta dall'enorme mercato asiatico dove il lavoro si paga un cavolo ma i consumi salgono esponenzialmente grazie a un miracolo senza precedenti: l'anticapitalismo di Mao, col trascorrere degli anni, ha prodotto milioni e milioni di capitalisti scatenati nella spremitura del proletariato e sfrenati nell'accumulo di ricchezze.

La contraddizione è evidente: la culla della rivoluzione culturale antiborghese, che ha provocato un'ecatombe, si è trasformata in una gigantesca macchina da soldi in nome dei quali si sacrificano diritti umani, aspirazioni democratiche, giustizia sociale, equità distributiva. Americani, europei, chiunque ambisce a trattare coi cinesi infischiandosene del loro disprezzo per ogni regola inviolabile nei Paesi occidentali: rispetto per gli operai, obbligo di assistenza e previdenza pubbliche, rispetto delle norme sindacali, rispetto dell'ambiente, rispetto dei criteri di sicurezza sanitaria. È incredibile come si importino merci cinesi in quantità infinita senza badare se siano nocive, schifezze, o rientrino nei nostri canoni di accettabilità.

Di quello che fa la Cina si tollera tutto, non soltanto le aggressioni al Tibet, ma anche le migliaia di esecuzioni capitali, l'imposizione dell'aborto, il mantenimento dell'ordine pubblico con metodi violenti inimmaginabili dalle nostre parti. Dittatura e capitalismo si sono coniugati a spese dei povericristi e, con la complicità egoistica e incosciente di avventurieri occidentali, il mostro giallo affonda i suoi artigli nelle economie di mezzo globo incapace di proteggersi in forme adeguate.

In Italia si è arrivati a dileggiare Giulio Tremonti - l'unico che abbia capito il problema - perché sostiene la necessità di istituire dazi onde impedire il dilagare delle "cineserie" lerce.

Non dico che anche noi ci si debba ribellare come i monaci tibetani al tiranno di Pechino e ai suoi pretoriani in Ferrari, ma un pizzico di buon senso ispiri almeno una difesa contro i loro soprusi.

O forse è bene non illudersi? Effettivamente se sfoglio la raccolta dei quotidiani e rivedo le fotografie di Ciampi, Prodi e di uno stuolo di italiani praticamente in ginocchio davanti alle autorità cinesi per strappare qualche contratto, beh, mi cascano le braccia e non soltanto quelle.

Nel mio piccolo, quando acquisto un qualsiasi oggetto mi informo: viene dalla Cina? Se la risposta è affermativa, non compro. Quanto al boicottaggio delle Olimpiadi, sono con Calderoli. Lui ed io non andremo lontani, ma andremo nella direzione giusta.