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Massacrano i monaci, il nostro governo che fa?

Renato Farina - Libero 16/3/2008

Il Tibet ha sollevato la testa e la Cina gliela insanguina. E l'Italia? Nasconde la faccia, finge di non avere nessuna responsabilità di quanto accade oggi nel Paese del Dalai Lama.

Il nostro governo è prudente, si capisce benissimo che tifa Pechino, e non sopporta questi monaci che turbano il pacifico progresso delle relazioni con il gigante asiatico. Non facciamo altro che passare brioche al dinosauro, sperando di tenerlo buono. Figuriamoci.

Qualcuno si ricorda il diavolo a quattro fatto dal governo cinese quando in un quartiere di Milano i vigili hanno dato un paio di multe ai cinesi che si ostinano a violare le regole? Ci siamo inchinati.

Adesso che loro ammazzano in casa un popolo sul cui collo hanno posato il tallone, la massima preoccupazione espressa dal ministro degli Esteri D'Alema è che si eviti di mettere in discussione la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino: «Si fa confusione». Bella concezione del diritto.

Quando il Kosovo proclama la sua indipendenza a dispetto delle risoluzioni dell'Onu, subito riconosciamo il nuovo Stato, in nome dell'autodeterminazione dei popoli. E c'è qualcosa di nobile in questo, senz'altro. Poi scopriamo che questo vale se c'è in ballo una nazione di sconfitti come i serbi, che non ci fanno paura.

Se invece c'è di mezzo la Cina comunista, il governo Prodi-D'Alema-Veltroni non osa nemmeno domandare, non diciamo l'indipendenza (nemmeno il Dalai Lama la chiede, è realista), ma almeno un minimo di autonomia e la libertà di essere se stessi.

Davvero dobbiamo rassegnarci all'idea che il diritto è puro rapporto di forza? Per cui vale sempre la regola stabilita da Tucidide, e confermata da Lenin, per cui la storia non ammette aneliti di libertà (questo lo si lascia dire ai poeti) ma soltanto prevalere di interessi materiali?

Ci fa specie vedere il doppiopesismo di questi idealisti della mutua che occupano ancora per poco Palazzo Chigi e Farnesina. Nel 2006 Prodi e Bonino intrapresero un viaggio lungo e commendevole (perché pieno di commendatori) in Cina. Non nominarono una volta il Tibet o i diritti umani. La cosa più interessante accadde a Tianijn, il 18 settembre, quando dando il benvenuto a Prodi, il potente sindaco della città ringraziò «il consulente del nostro porto». Prodi ammise di aver dato una mano a suo tempo alle simpatiche autorità comuniste. La Bonino resta convinta che le aperture economiche aiutano a cambiare anche la politica. Vedi Tibet?

Nel dicembre scorso l'unica istituzione che promosse un incontro ufficiale con il Dalai Lama fu la Regione Lombardia. Roberto Formigoni lo ospitò al Pirellone. Non proclamò l'indipendenza del Tibet, usò parole di stimolo verso Pechino. Come fece e come fa ancora adesso Angela Merkel in Germania.

D'Alema disse allora, nel commentare il rifiuto di Prodi e suo, a scambiare due parole con il Dalai Lama in esilio: «Non credo che il governo fosse tenuto a parlare con il Dalai Lama». Davvero un grande politico. Speriamo che arrivi Formigoni alla Farnesina, che almeno crede in qualcosa che non sia solo la propria carriera e il bel suono della propria ironia.

Questa lezione ci viene dalle regioni dell'Everest. Come in Birmania, a muoversi per primi in Tibet e a essere uccisi sono stati i monaci buddisti. Gente inerme, in rappresentanza di un popolo conteggiato tra i quattro e i sei milioni esce dai monasteri, sfila per la capitale Lhasa, sfidando la polizia e l'esercito armatissimo di uno Stato da un miliardo e duecento milioni di persone. Come dire: quattro contro mille.

Allo stesso modo è stato martire il vescovo di Mosul, in Iraq, se ne stava lì, sapendo di essere condannato a morte dai terroristi islamici.

La religiosità si capisce allora che non è una faccenda di devozione, da gente con gli occhi rovesciati verso il cielo, ma è l'unica forza capace di opporsi alla forza bruta. Costa sangue. Tutto questo sangue muove l'indignazione ma soprattutto la speranza: c'è gente al mondo cui è più cara la libertà della vita, e che per la propria identità, famiglia, patria è disposta a morire.

I popoli alla lunga non possono che ribellarsi al totalitarismo. Sopportano un anno, dieci anni, trent'anni. E quando sembra tutto finito, sepolto, e qualunque potente del mondo onora con l'incenso il tiranno, ecco che le viscere dei popoli fremono.