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Cento monaci uccisi Ultimatum ai tibetani

Soluzione cinese

Silvia Guidi - Libero 16/3/2008

LHASA  «Consegnatevi entro lunedì e avrete qualche speranza di restare vivi»; è questo, tradotto dal linguaggio impersonale dei burocrati di Pechino, il senso del comunicato diffuso ieri.

I turisti stranieri descrivono Lhasa come una città fantasma, percorsa solo dai mezzi cingolati della polizia militare. Per il secondo giorno consecutivo, raffiche di mitra dalle auto in corsa, spari ad altezza d'uomo da agenti in borghese contro i passanti e retate diffuse, non solo contro i monaci; il solito balletto di cifre su bilancio delle vittime nella capitale e in tutto il Paese, circa trenta secondo Pechino, oltre cento secondo fonti locali.

I cinesi non escono per paura di essere attaccati dai tibetani, i tibetani per paura di essere arrestati dalle forze di sicurezza, che continuano a mantenere un rigido cordone sanitario intorno ai monasteri dai quali è partita la rivolta, quelli di Drepung, Sera e di Ganden.

La maggioranza dei turisti sono bloccati negli alberghi: è il personale che li ferma, su ordine della polizia. Gli stranieri a Lhasa sono pochi, perché sul Tetto del Mondo il freddo è ancora intenso e la stagione turistica inizia in maggio. Gli italiani nella capitale tibetana sono una decina - tre studenti, tre cooperanti e quattro turisti di Roma - e sono tutti in costante contatto con il consolato italiano a Pechino, ha assicurato l'ambasciatore in Cina, Riccardo Sessa.

La passione per una lingua difficile e una cultura magnetica hanno portato Carmela, napoletana, 25 anni, in questa città lontana a ottobre, assieme ad altri due studenti dell'Istituto universitario Orientale di Napoli. Con lei ci sono anche Giulia, 24 anni, di Enna, e Athisha, di origine indiana, cittadino italiano. «Io sono tranquilla. Ci hanno raccontato che a Lhasa c'è una sorta di tregua, in giro ci sono solo i soldati cinesi. Se la situazione si normalizzerà però io resterò in Tibet fino a luglio. L'ho detto anche ai miei...» dice Carmela. «Certo che sono preoccupati - aggiunge - ma non voglio scappare, io voglio studiare il tibetano».

Diversa la posizione di Giulia, 24 anni, di Enna: «Lascerò appena possibile il Paese. Qui è un inferno, di cui fra l'altro noi non sappiamo niente. Dal campus non si può uscire, e nel campus non si può entrare. Sono venuta qui per imparare la lingua, per vivere con i tibetani, e oggi è evidente che questo non si può più fare».

Giulia racconta di un avventuroso ritorno dall'India: «Non sapevo quale situazione avrei trovato. Rientravo, via Kathmandu, dalle vacanze invernali, ma non sono potuta tornare subito al campus: il centro storico della città era blindato. Sono stata accolta dal consolato nepalese, che mi ha ospitato per alcune ore. Poi mi hanno riportato qui, e non sono più potuta uscire. Cosa ha visto? Solo una città piena di fumo, e di soldati cinesi; i nostri amici tibetani, che vivono fuori da qui, non sono rintracciabili. I cellulari sono saltati».