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Pd e Israele, le due linee su Hamas

Monica Guerzoni - Corriere della Sera 15 marzo 2008

Per due giorni Walter Veltroni ha evitato con cura di parlare di politica estera, così da non accentuare le divergenze che cominciano ad affiorare nel Partito democratico. E ancora ieri all'ora di pranzo, da una terrazza con vista mozzafiato sul lago e su Lecco, il segretario del Pd provava a mantenere le distanze dolendosi che «in campagna elettorale si fa fatica a parlare di contenuti». Ma poi il caso Martino si è fatto incandescente, Berlusconi ha scagliato le missioni nell'arena elettorale e costretto lo sfidante a muoversi su un terreno scivoloso dal palco di Lugano, davanti a una massiccia e simbolica presenza di italiani all'estero.

Varcato in pullman il confine Italia-Svizzera, il segretario è costretto a chiarire la linea dei democratici. «Qualcuno della destra - prende elegantemente le distanze il leader dopo un acceso confronto telefonico con Massimo D'Alema - ha detto che bisogna ritirare i nostri soldati dal Libano e rimandarli in Iraq, da dove stanno venendo via anche gli Usa». Fuggire, interrompere una missione di pace sotto egida internazionale sarebbe «un colpo al nostro prestigio». E il disimpegno rischierebbe di innescare «una crisi che può avere conseguenze devastanti per tutta l'area». E le contraddizioni, le divergenze di linea? «Le avevamo e le abbiamo risolte».

In realtà quando dice che contrasti sulla politica estera non ce ne sono più Veltroni allude al taglio netto con gli alleati dell'Unione, mentre lo stesso non può affermare se dirige lo sguardo in casa propria. L'aspro diverbio a distanza sul dialogo con Hamas tra D'Alema e l'ambasciatore israeliano Gideon Meir, grande estimatore di Veltroni, ha messo in evidente imbarazzo il leader del Pd e portato a galla il conflitto sottotraccia per il prossimo mandato alla Farnesina in caso di vittoria del Pd. D'Alema o Piero Fassino? Il ministro uscente o l'inviato speciale della Ue in Birmania, il quale non fa mistero di ambire all'incarico? «C'è un piccolo problema - rimanda il verdetto Roberta Pinotti, sottosegretaria alla Difesa -, prima bisogna vincere le elezioni».

All'ex segretario dei Ds, le cui posizioni sul Medio Oriente sono tradizionalmente distanti da quelle di D'Alema, Veltroni ha affidato il delicato compito di chiarire la linea del Pd: Hamas può e deve essere un interlocutore, ma solo se riconosce Israele e rinuncia al terrorismo. Parole condivise da quanti - Rutelli, Vernetti e molti veltroniani - ritengono Israele l'unica democrazia del Medioriente. Ma il Fassino che ha messo i puntini sulle «i» non ha mancato di innervosire D'Alema. Berlusconi lo ha trattato da nemico degli ebrei e il ministro ora comincia a temere che il dialogo tra gli sfidanti anche sulla politica estera, nonché la somiglianza dei programmi, finiscano per sconfessare la sua politica. «Massimo è nitidamente schierato per la causa araba, aprendo al dialogo con Hamas voleva mettere in difficoltà Walter - è l'analisi di Peppino Caldarola -. Per non finire in soffitta, D'Alema prova a inceppare il confronto bipartisan».

Lapo Pistelli, responsabile Esteri del Pd, smentisce tensioni e spiega che se la linea del partito appare un po'«cerchiobottista» è perché «in Medioriente il doppio registro è giusto che ci sia». Un gioco delle parti, insomma, con Veltroni che fa l'amico di Israele e D'Alema che si coccola gli arabi? «Il nostro machiavellismo - conferma Pistelli - una volta tanto è una virtù». E alle nove il pullman arriva a Varese, culla della Lega. Dove la sorpresa non sono i manifestanti pro Carroccio con tanto di striscioni «Walter pensa a Roma ma Mal-pensa» e «Veltroni a Varese = Bin Laden a New York», ma il teatro esaurito e i seimila democratici che costringono il leader del Pd a traslocare il comizio all'aperto: «È una serata magica... e seppure mi paragonano a Stalin io non rispondo».