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Ucciso il vescovo, ditelo a D'Alema

Renato Farina - Libero 14/3/2008

L'arcivescovo cattolico caldeo di Mosul, monsignor Faraj Rahho è stato fatto ritrovare morto dagli assassini islamici. Tutto come previsto, perché nessuno ha mosso un dito per lui.

Era stato rapito il 29 febbraio scorso. Aveva appena celebrato nella chiesa del Santo Spirito la Via Crucis di Gesù Cristo, ed è subito cominciata la sua, di Via Crucis. I terroristi, criminali della galassia di Al Qaeda, quel venerdì avevano eliminato subito i tre accompagnatori, poveri guardiani scalcinati. Lo proteggevano come si fa con un padre, erano inutilmente armati, sapevano bene che i cristiani in Iraq sono un bersaglio ghiotto, e i vescovi di più.

UN UOMO MALATO
Monsignor Rahho, 67 anni, aveva una grande barba bianca e un bel sorriso. L'hanno tirato fuori ieri sera dalla terra. Dicono sia stato lasciato morire, senza medicine, lui che aveva il cuore malato. Oggi, lavato e benedetto il suo corpo, i suoi fedeli lo porranno accanto a un suo prete: morto ammazzato anche lui. Era il segretario, padre Ragheed: lo aveva eliminato un commando di terroristi il 7 giugno scorso, all'uscita da messa. Questa la cronaca.

Vorremmo sottolineare un fatto: la comunità internazionale è stata ferma, silenziosa, acquiescente. In fondo, si pensa che i vescovi sono fatti apposta per accettare il sacrificio della vita. Non sono stati mobilitati i servizi segreti, come si fa quando prendono un giornalista o un politico. Nessun digiuno pubblico. Nelle chiese si è pregato. Fuori, niente, non una gigantografia, una petizione. Solo il Papa aveva lanciato un appello.

Ieri, ancora e sempre soltanto Benedetto XVI ha alzato il suo lamento: «Un atto di violenza disumana che offende la dignità dell'essere umano». Dall'Iraq un altro vescovo, Rabban al Qas, da Arbil, commentando la notizia ad Asia News, non ha trovato parole di odio, ma quasi di resurrezione: «Una grande Croce per la nostra Chiesa prima della Pasqua».

Perché questa solitudine del Papa e dei vescovi? Invano Ratzinger ha chiesto a Bush e all'Onu una maggiore sicurezza per le comunità cattoliche in Medio Oriente. Niente da fare. Gli attentati contro la minoranza cattolica in Iraq si susseguono. I cristiani sono stati ricacciati in una sacca al Nord. A Bagdad c'erano 50 parrocchie, scuole, seminari. Ora è quasi un deserto. C'erano stati segnali di speranza. Uccisi subito. I cattolici erano un milione in Iraq prima del 2003: ora sono forse dimezzati. Costretti all'esilio.

Intanto che cosa fa il nostro governo? Cerca di stringere rapporti di collaborazione con Hamas. Gente che è della stessa pasta di quanti hanno ammazzato il vescovo. Qualcuno - lo leggerete su altri giornali - scriverà: i rapitori sono delinquenti comuni. Non credeteci.

Al Qaeda è in ritirata. I suoi uomini sono diventati una mafia religiosa che chiede il pizzo ai cristiani dovunque siano: se non pagano, li si rapisce e poi ammazza. Ormai dovunque in Medio Oriente, su chiara indicazione strategica dell'Iran, i cristiani sono carne da macello. I capi di stato musulmani non condannano, lasciano fare. Gli imam guardano senza decretare fatwe. L'Europa condanna Guantanamo, e ci sono buone ragioni per questo, ma non alza la voce, non pone condizioni perché sia tutelata non diciamo la libera presenza della Chiesa ma almeno la sua sopravvivenza fisica.

L'EUROPA ASSENTE
In Italia Procure della Repubblica e governo si accusano reciprocamente di slealtà e di menzogna. Il risultato è che l'intelligence italiana smantellata con una specie di gioia mistica dai magistrati non ha fatto nulla di nulla per quel vescovo. Importante è non fare niente, così non si sbaglia mai, non è vero?

Il 26 e il 27 marzo a Damasco si raduneranno i Paesi musulmani. È troppo chiedere a D'Alema e alla Commissione europea, all'Onu e all'Ocse che chiedano a Iran e Libia, Siria e compagnia coranica, di condannare gli assassini sistematici dei preti cristiani nelle aree della loro influenza? O il prezzo della nostra tranquillità passa dall'omertà dinanzi a queste potenze islamiche mafiose? Beh, noi non ci stiamo.