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Come e perchè il Cremlino vuole stravincere

Ricordiamo la vecchia barzelletta sovietica: “Qual’è la differenza tra la democrazia e la democrazia socialista?” – “Sono quasi la stessa cosa, si somigliano come la sedia e la sedia elettrica”. Allo stesso modo, la “democrazia gestita” della Russia di oggi, definita così dagli ideologi del Cremlino, si differenzia dalla democrazia liberale in cui l’esito delle elezioni rimane sempre incerto, perché in Russia il risultato delle elezioni presidenziali è noto fin dall’inizio senza nessun exit poll.

Tutti i sondaggi unanimemente danno il livello di partecipazione al voto vicino all‘80% degli aventi il diritto, di cui circa l’80% voterà per il candidato ufficiale Dmitri Medvedev. Il restante 20% dovrebbe essere diviso tra il vecchio comunista Zjuganov e l’ultranazionalista Zhirinovsky. Il quarto candidato Andrej Bogdanov, il leader del fantomatico Partito Democratico, avrà una percentuale così bassa da essere incalcolabile perché sotto il margine d’errore di qualsiasi sondaggio elettorale.

Se i risultati danno una schiacciante maggioranza al candidato governativo, perché tutti questi sforzi del Cremlino per ostacolare il lavoro degli osservatori stranieri, per alzare al massimo la soglia d’entrata nel mercato elettorale e per proibire la candidatura alla Presidenza ai rappresentanti della debole ala democratica come l’ex primo ministro Mikhail Kasjanov e l’ex campione mondiale di scacchi Garry Kasparov? Da dove viene questa voglia di stravincere? Si tratta soltanto dell’arroganza del potere oppure c’è qualcosa di razionale nella tattica del Cremlino?

Per rispondere a questa domanda si deve dare un’occhiata più attenta ai tre candidati che sono riusciti a passare le forche caudine della nuova legge elettorale. Quello che unisce tutti i tre rivali di Medvedev è il carattere buffonesco, quasi surreale dei loro programmi e addirittura delle loro personalità. Lo stanco e logorato Zjuganov con il suo “rifondato” Partito comunista può ancora suscitare l’entusiasmo dei nostalgici del movimento comunista internazionale come l’italiano Diliberto. Il suo elettorato di pensionati sovietici si prosciuga inesorabilmente per ragioni anagrafiche. All’elettore russo Zjuganov ricorda la celebre frase di Putin: “Quelli che non rimpiangono il crollo del regime sovietico non hanno cuore, ma quelli che vorrebbero restaurarlo non hanno cervello”. Zhirinovsky è noto come un attaccabrighe invecchiato, ma sempre pronto a scatenare un putiferio nel Parlamento, proponendo di mandare l’esercito in Crimea per far ritornare la penisola alla Russia o semplicemente picchiando qualche deputato-avversario. Bogdanov, una nuova stella nel firmamento politico russo, ha aggiunto un colore sgargiante al grigiore generale delle elezioni presidenziali. Si presenta come il Gran Maestro della Grande Loggia massonica della Russia e proclama l’immediata entrata della Russia nell’Unione Europea come il punto centrale del suo programma elettorale.

Il rifiuto di registrare i candidati realistici come Kasjanov che, anche senza una reale possibilità di vincere, avrebbero creato il nucleo di una vera opposizione al regime autoritario ha le sue radici nell’esperienza della lotta contro la dissidenza ai tempi dell’Unione Sovietica. La polizia politica capeggiata a lungo da Andropov già negli anni Settanta aveva scoperto che eliminare gli oppositori, mandandoli nei campi siberiani e nei manicomi oppure esiliandoli nell’Occidente, suscitava troppa attenzione da parte dell’opinione pubblica e dei mass media occidentali, diventando controproducente. Proprio sotto Andropov fu sviluppato un modo di prevenzione della dissidenza, utilizzando la cosiddetta “azione di profilassi”. Migliaia di persone, note per avere qualche contatto con i dissidenti o giornalisti stranieri oppure semplicemente per aver comprato al mercato nero libri proibiti dalla censura o per aver ascoltato le radiotrasmissioni dall’Occidente, erano invitate agli uffici del KGB per colloqui confidenziali. I collaboratori della polizia politica in maniera mite ma insistente dimostravano di conoscere che l’invitato si era messo su un cammino pericoloso, ma gli promettevano che né lui né la sua famiglia avrebbero subito alcun danno se avesse smesso la sua attività potenzialmente sovversiva. Secondo lo stesso KGB, la profilassi aveva spesso l’effetto desiderato. La documentazione pubblicata dopo il crollo sovietico dimostra che ogni ufficio locale del KGB riferiva regolarmente al centro il numero dei “colloqui profilattici” condotti con le persone a rischio, e calcolava una presunta riduzione dei casi del dissenso.

Questa tecnica di atomizzazione della società è sopravissuta al regime sovietico e oggi può essere utilizzata con successo per neutralizzare i pericoli della democrazia. Soffocando con i metodi burocratici e le risorse amministrative le manifestazioni della pur debole opposizione democratica, nello stesso tempo si incoraggia l’opposizione fittizia e folcloristica, screditando la vera possibilità di una alternativa alla politica del regime.