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Israele, quale soluzione per la tragedia di Sderot?

Bret Stephens - Occidentale

La città israeliana di Sderot si trova a circa un chilometro dalla Striscia di Gaza. Dall’inizio dell’intifada, sette anni fa, ha dovuto sopportare il martellamento di qualcosa come 2500 missili Qassam sparati da terroristi palestinesi appostati a Gaza.

Solo un dozzina di questi missili ha prodotto vittime (va aggiunta la tredicesima, Roni Yechiah, ucciso ieri, prima della scrittura di questo articolo, ndt), sebbene all’inizio del mese i fratelli Osher e Rami Twito siano stati gravemente feriti da un missile mentre passeggiavano per una strada di di Sderot. A Osher, di otto anni, è stata amputata una gamba.

Non è esagerato dire che la vita a Sderot è divenuta impossibile. I palestinesi – e il coro dei loro sostenitori, inclusi i 118 paesi cosiddetti “non allineati”, buona parte dell’Europa e molte organizzazioni internazionali, dalla Banca Mondiale all’Onu – tipicamente rispondono che la vita a Gaza è altrettanto impossibile e che le vittime di parte palestinese sono molte di più di quelle israeliane. Ma l’argomento è debole: le condizioni di  vita a Gaza, per quello che dipende da Israele, sono una stretta funzione delle condizioni a Sderot: se smette il martellamento dei Qassam (o di altre forme di terrorismo), finisce anche l’assedio israeliano.

La questione più controversa, sia dal punto di vista morale che da quello strategico, è proprio questa: cosa deve fare Israele con Gaza? La risposta standard a questa domanda è che Israele dovrebbe rispondere ai missili Qassam in modo “proporzionato”. Ma cosa significa? La “proporzionalità” deve forse applicarsi alle intenzioni di chi lancia i missili, cioè seminare il terrore tra la popolazione civile? In questo caso una risposta proporzionata da parte di Israele sarebbe di sparare 2500 colpi di cannone a caso in mezzo ai civili di Gaza. O invece la “proporzionalità” deve riguardare gli effetti del lancio dei Qassam e quindi prevedere una risposta colpo su colpo, chirurgicamente calibrata, per uccidere solo una dozzina di palestinesi e ferirne e spaventarne qualche altro centinaio?

Sicuramente nessuna di queste interpretazioni è nella testa dei paladini della “proporzionalità”. La loro idea è semplicemente che Israele dovrebbe rispondere con moderazione agli attacchi che subisce. Forse Israele dovrebbe colpire solo i leader palestinesi che ordinano il lancio dei missili? Il Parlamento Europeo ha però approvato la scorsa settimana una risoluzione di condanna contro gli “omicidi mirati”. Forse Israele dovrebbe accontentarsi di contromisure economiche per scoraggiare Hamas dal lancio di missili. Ma la stessa risoluzione condannava anche quella che viene definita la “punizione collettiva” inflitta da Israele ai palestinesi. Resta la possibilità di limitate incursioni militari mirate a smantellare le postazioni di Qassam ai confini di Gaza. Ma anche questo genere di azioni è stato criticato perché può causare vittime palestinesi “sproporzionate” a quelle israeliane provocate dai missili.

Alla luce di quanto esaminato si desume che il diritto all’autodifesa di Israele non ha applicazione pratica per quello che riguarda Gaza. Allo stesso tempo, il governo di Israele è sotto pressione affinché rifornisca Gaza dei beni essenziali e negozi un cessate il fuoco con Hamas.

Ma qui c’è un altro genere di considerazione da fare. Hamas ha vinto le elezioni a Gaza con ampi margini di vantaggio. Da allora non ha mai rispettato un cessate il fuoco con Israele. Dopo il ritiro dei soldati israeliani dalla Striscia nel 2005, il numero dei lanci di Qassam è aumentato di sei volte.

Hamas non ha neppure tentato di riscrivere la sua costituzione del 1988 dove si chiede la distruzione dello Stato di Israele. Quella costituzione ha un chiaro carattere antisemita: “I tempi non si avvereranno finché i musulmani dovranno combattere e uccidere gli ebrei; finché gli ebrei si nascondono dietro alle rocce e agli alberi” (art.7); “Per affrontare l’usurpazione della Palestina da parte degli ebrei non possiamo fare altro che innalzare la bandiera del Jihad” (art.15). E così via.

C’è qualcosa di perverso nel fatto che i contribuenti israeliani, compresi i residui abitanti di Sderot, debbano sfamare la bocca che li azzanna. Così come è perversa l’idea che gli israeliani debbano attendere senza reagire fino ad un giorno particolarmente sfortunato, quando un missile Qassam colpirà magari uno scuola-bus, per poter attaccare Gaza. Ma a meno che Israele non sia pronta ad accollarsi il peso politico e militare di una nuova occupazione della Striscia, gli effetti di un’incursione militare sarebbero comunque poco duraturi.

Forse la risposta risiede nella tecnologia e nel frattempo sperare per il meglio. Israele sta lavorando a un sistema di difesa missilistica chiamato “Iron Dome” che potrebbe essere efficace contro i Qassam ma non sarà pronto prima di due anni. Potrebbe anche acquistare il sistema d’arma chiamato “Phalanx Close-In” che gli americani usano a Baghdad per difendere la Green Zone.

Ma la tecnologia non risolve né il fanatismo islamico che anima Hamas, né il torpore morale dei politici e degli osservatori occidentali, che in genere preferiscono biasimare Israele piuttosto che Hamas. Tantomeno quei nuovi sistemi d’arma esenterebbero il governo di Tel Aviv dal cercare di punire coloro che cercano la distruzione di Israele. La prudenza è una importante virtù per chi governa, ma il rispetto di se stessi è vitale. E nessuna nazione che si rispetti può tollerare a lungo una situazione come quella di Sderot. Questo è un punto che ogni paese civile dovrebbe comprendere.

Il 9 marzo del 1916, il rivoluzionario messicano Pancho Villa attaccò la città americana di Columbus nel New Mexico, uccidendo 18 americani. Il presidente Woodrow Wilson ordinò al generale John J. Pershing di entrare in Messico con 10.000 soldati per una dichiarata “spedizione punitiva”. Pershing non trovò mai Villa, facendo della missione un mezzo fallimento. Ma l’azione di Pancho Villa è stata l’ultima aggressione al territorio Usa per i successivi 85 anni, sei mesi e due giorni.

© Wall Street Journal