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Nel mondo islamico sta vincendo la democrazia

Amir Taheri -

I media occidentali hanno tutti presentato le elezioni in Pakistan come una sconfitta del presidente Pervez Musharraf. In realtà, i veri sconfitti sono stati i partiti islamisti. I risultati mostrano che i partiti connessi, o quanto meno affini, ai talebani e ad Al Qaeda hanno subito un tracollo nei consensi, passando dall’11 per cento delle ultime elezioni di qualche anno fa al 3 per cento di oggi. La coalizione principale dei partiti islamisti, l’Assemblea Unita per l’Azione (MMA) ha perso il controllo della Northwest Frontier Province, l’unica della quattro province pakistane in cui era al governo. Il vincitore nella provincia è stato il partito nazionale Awami, dichiaratamente secolare. Nonostante le grandi somme di denaro elargite dall’Iran e dai ricchi stati arabi del Golfo, l’MMA ha mancato una vittoria che i suoi candidati, sia sciiti che sunniti, erano certi di cogliere.

La sconfitta degli islamisti in Pakistan conferma una tendenza in corso già da alcuni anni. Per il senso comune, le guerre in Afghanistan e Iraq, e la mancanza di progressi nel conflitto israelo-palestinese sarebbero per le forze radicali islamiste il trampolino di lancio per la conquista del potere attraverso le elezioni.

Molti analisti in Occidente usano tale prospettiva per attaccare la Dottrina Bush della diffusione della democrazia in Medio Oriente. Per costoro i musulmani non sarebbero pronti per la democrazia e le elezioni si risolverebbero semplicemente in una vittoria dell’islam più intransigente. I fatti ci dicono che non è così. Finora, nessun partito islamista è riuscito a conquistare la maggioranza del voto popolare in nessun paese musulmano dove si sono svolte elezioni con modalità accettabili. E comunque, i consensi degli islamisti sono ovunque in forte calo.         

In Giordania, ad esempio. Nelle elezioni generali dello scorso novembre, schiacciante è stata la sconfitta del Fronte d’Azione Islamico, passato dal 15 per cento di quattro anni fa al 5. I gruppi radicali legati alla Fratellanza Musulmana sono riusciti a conservare solo 6 dei 17 seggi che avevano all’Assemblea Nazionale, mentre gli alleati indipendenti del movimento radicale egiziano non ne hanno conquistato neppure uno.

In Malesia, gli islamisti non sono mai andati oltre l’11 per cento. In Indonesia, i diversi gruppi radicali musulmani non hanno mai raccolto più del 17. Gli islamisti del Bangladesh dall’11 per cento degli anni ‘80 sono scesi fino al 7 della fine degli anni ‘90.

A Gaza e in Cisgiordania, Hamas – il braccio palestinese della Fratellanza Musulmana – ha vinto le elezioni del 2006 con il 44 per cento dei voti, lontano dalla valanga di consensi tanto attesa. Ed anche allora era chiaro che tra gli elettori di Hamas non tutti ne condividevano l’ideologia islamista. Malgrado le accuse di malgoverno e corruzione, Fatah, l’avversario secolare di Hamas, ha ottenuto il 52 per cento.

In Turchia, il partito di Giustizia e Sviluppo (Akp) ha vinto due elezioni consecutive, le ultime nel luglio 2007, con il 44 per cento dei voti. Ma i leader dell’Akp hanno voluto mettere in chiaro che il loro partito “non ha nulla a che fare con la religione”. “Noi siamo un partito di tipo europeo moderno e conservatore”, ripete spesso il premier Recep Tayyib Erdogan. Alle elezioni dello scorso luglio, l’Akp ha perso 23 seggi e con essi la maggioranza dei due terzi all’assemblea nazionale.

Il successo dell’Akp in Turchia ha ispirato gli islamisti del Marocco che a loro volta hanno dato vita al Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PDJ). Il PDJ ha richiesto e ottenuto la consulenza di ‘esperti’ dell’Akp per preparare le elezioni che si sono svolte a settembre. A fine conteggio, è risultato che il PDJ ha ottenuto appena il 10 per cento dei voti e 46 seggi su 325.

Gli islamisti non hanno fatto meglio nella vicina Algeria. Nelle consultazioni del maggio 2007, i due partiti islamisti, il Movimento per una Società Pacifica e il Risveglio Algerino, non sono andati oltre il 12 per cento.

Nello Yemen, uno dei paesi arabi dove la cultura della democrazia ha le radici più profonde, negli ultimi 20 anni il supporto per le forze islamiste alle elezioni è sempre stato attorno al 25 per cento. Alle elezioni del 2003, la confraternita Yemenita per le Riforme ha preso il 22.

Il Kuwait è un altro dei paesi arabi in cui lo svolgimento di elezioni sufficientemente regolari è divenuto parte della cultura nazionale. Alle consultazioni del 2006, il blocco islamista, ben sostenuto finanziariamente, ha raccolto il 27 per cento dei voti e 17 dei 50 seggi dell’assemblea nazionale.

Nell’elezioni del 2005 in Libano, i partiti islamisti, Hezbollah (il Partito di Dio) e Amal (Speranza) hanno preso il 28 per cento dei voti  e 28 seggi su 128 in parlamento. E ciò, malgrado il supporto massiccio in termini economici e di propaganda fornito dall’Iran, e gli accordi elettorali con il blocco cristiano guidato dal filo-iraniano ed ex generale Michel Aoun.

Molti osservatori non ritengono che le elezioni egiziane siano tanto libere e regolari da essere politicamente indicative. Tuttavia, le ultime avvenute nel 2005 possono essere considerate le più autentiche dal 1940, anche solo perché all’opposizione islamista è stato consentito di presentare i suoi candidati e di fare campagna elettorale. I candidati dei Fratelli Musulmani, però, hanno ottenuto meno del 20 per cento dei voti, nonostante la diffusa insoddisfazione nei confronti del regime autoritario di Hosni Mubarak.

Altri paesi arabi dove gli standard elettorali sono ancora lontani dall’essere accettabili sono Oman e Bahrain. Ma anche qui gli islamisti non sono riusciti a fare meglio. In Tunisia e Libia, gli islamisti sono fuori legge e non hanno potuto sottoporre la loro forza politica al test elettorale.

In Afghanistan e Iraq si sono svolte diverse elezioni dalla caduta dei talebani a Kabul e dei baathisti a Baghdad. Secondo tutti gli standard, le consultazioni sono state generalmente libere e regolari e di conseguenza un valido test per la propensione della popolazione alla democrazia. In Afghanistan, le forze islamiste, compresi gli ex talebani, sono riusciti a prendere circa l’11 per cento.

Il quadro in Iraq è più complicato, perché i votanti si sono trovati di fronte a liste bloccate che hanno permesso ai partiti di celare la loro vera identità dietro il velo delle appartenenze etniche e settarie. Solo le prossime elezioni nel 2009 potranno rivelare la vera forza dei partiti politici perché la competizione non sarà tra liste bloccate. I sondaggi più diffusi, comunque, ci dicono che le forze apertamente islamiste non supereranno il 25 per cento.

Lontani dal rifiutare la democrazia perché considerata “aliena”, o dal servirsene come mezzo per creare sistemi totalitari islamisti, la maggioranza dei musulmani ha più volte dimostrato di desiderare le elezioni e l’integrazione nel circuito democratico globale. Il presidente Bush ha ragione quando sottolinea la necessità di svolgere elezioni libere e regolari in ogni paese musulmano.

I tiranni temono elezioni libere e regolari, come dimostrano gli sforzi del regime khomeinista di aggiustare il risultato delle elezioni del prossimo mese in Iran selezionando i candidati. Il supporto per i movimenti democratici nel mondo musulmano resta l’unica strategia credibile per la vittoria nella guerra al terrorismo.

© Wall Street Journal

Traduzione di Emiliano Stornelli