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Da Cossutta a Bossi, chi tifa per Belgrado

Amicizie trasversali I filo-serbi, ora come ai tempi delle bombe

Maurizio Caprara, Lamberto Dini - Corriere della Sera 22 febbraio 2008

ROMA - «I serbi». Al manifesto, quotidiano comunista, alcuni giornalisti giudicati un tantino indulgenti verso Slobodan Milosevic venivano chiamati così, un po' per scherzo un po' sul serio, da altri compagni di lavoro. La definizione cominciò a circolare nel 1999, l' anno nel quale il governo di Massimo D' Alema appoggiò la richiesta statunitense di un' offensiva della Nato su Belgrado.

Il primo a essere chiamato «serbo», anche se alle sue spalle, era Tommaso Di Francesco. Allora capo del servizio Esteri, negli anni ' 70 era consigliere regionale del Partito di unità proletaria, abituato a mediare con la polizia di Roma per evitare il peggio quando la celere si accingeva a caricare cortei degli studenti. «Compagno generoso», si sarebbe detto un tempo. Ed è a lui che l' ambasciatrice serba Sanda Raskovic Ivic, prima di essere richiamata adesso a Belgrado, ha concesso un' intervista, pubblicata dal manifesto lunedì, per deplorare la secessione del Kosovo. «Non solo ci hanno strappato il 15% del territorio, hanno cancellato la nostra nascita (...). Dicendoci, come fa l' Italia, che lo hanno fatto per il nostro bene. Così l' Italia ci ha deluso e ferito», ha detto la diplomatica a Di Francesco.

I «serbi» con le virgolette, o meglio i filoserbi, del nostro Paese non sono isolati. La disponibilità a difendere istanze e irritazioni di Belgrado accomuna persone che su altro non hanno quasi nulla da spartire.

Forse tutto comincia da quel 1999, quando Di Francesco conobbe Sanda Raskovic nella sua qualità di psichiatra in un manicomio bombardato dalla Nato. Sotto le bombe, il ministro degli Esteri Lamberto Dini, centrista del centrosinistra, manteneva in sede come niente fosse il nostro ambasciatore Riccardo Sessa. Il 9 aprile Armando Cossutta, allora presidente dei Comunisti italiani, sfidò l' aviazione della Nato andando da Milosevic per cercare di convincerlo a negoziare. Mentre bombardava la ex Jugoslavia, l' Italia frenava la tentazione di un' invasione di terra, diffusa tra generali Usa. Il 21 aprile, da Cipro, Cossutta dichiarava che Oliviero Diliberto, suo ministro, sarebbe potuto andare in Serbia a far da scudo umano.

Archeologia? Mica tanto. L' altro ieri è venuta da Cossutta, davanti alle commissioni Esteri e Difesa della Camera, una delle critiche principali al riconoscimento del Kosovo. Il «governo che ho sostenuto e che sostengo», ha affermato l' ex dirigente del Pci che a Mosca era di casa, ha sbagliato a non opporsi alle pressioni per l' indipendenza della provincia serba partite dagli «Stati Uniti, che stanno costituendo proprio nel Kosovo, se non erro, la più grande base militare che hanno intenzione di mantenere nel nostro continente».

Dopo Cossutta, durante la guerra, a Belgrado andò Umberto Bossi: «Non credo ai progetti di Grande Serbia, piuttosto ai progetti di Grande Albania, finanziati da Clinton e dagli aiuti italiani (...). Il Kosovo è territorio serbo che ha subito una mutazione etnica per l' aumento della popolazione albanese». Cossutta conosceva Milosevic perché entrambi avevano avuto familiarità con Mosca. Bossi lo apprezzava perché contrastava i musulmani albanesi.

Non è passato remoto. Nelle commissioni Esteri, due giorni fa, per condannare il riconoscimento del Kosovo sono intervenuti i leghisti Giancarlo Giorgetti e Dario Fruscio. Il secondo ha motivato le sue obiezioni citando Dini come i militanti dei partiti comunisti marxisti leninisti citavano il proprio segretario generale. «Troppa fretta per una scelta, l' indipendenza, discutibile», è stata ieri l' accusa di Fausto Bertinotti. La «secessione» è «una violazione del diritto internazionale», aveva già detto Marcello Vernola, eurodeputato di Forza Italia discostandosi dalla linea del partito. Avessimo intese così larghe sulle riforme istituzionali...

* * * I «sì» europei - All' interno dell' Ue hanno riconosciuto il nuovo Stato: Austria, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Lettonia, Lussemburgo

* * * Simpatie - Umberto Bossi Andò a Belgrado alla fine della guerra nel 1999. «Non credo ai progetti di Grande Serbia, piuttosto ai progetti di Grande Albania, finanziati da Clinton e dagli aiuti italiani», disse

* * * Lamberto Dini Ministro degli Esteri nel governo D'Alema durante l' attacco della Nato alla Jugoslavia, mantenne sempre aperti i canali con Belgrado e decise di mantenere in sede l' ambasciatore anche durante i bombardamenti

* * * Armando Cossutta Nei giorni scorsi ha detto di opporsi all' indipendenza «voluta dagli Usa che vi costruiscono una grande base militare». Nell' aprile ' 99, incontrò Slobodan Milosevic e tentò (invano) di negoziare una tregua