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Un chiaro segnale al regime di Assad

Antonio Ferrari - Corriere della Sera 14 febbraio 2008

Per la strage di Beirut, che il 14 febbraio di tre anni fa costò la vita all' ex premier Rafic Hariri e ad altre 21 persone, sono stati accusati i servizi segreti siriani. Alla vigilia di un nuovo San Valentino, un' autobomba è esplosa a Damasco e ha ucciso Imad Mughniyeh, comandante militare dell' Hezbollah libanese. Anche nel Medio Oriente, date e simbologie sembrano scandire tappe e tempi di una violenza inarrestabile.

È possibile, forse probabile che l' attentato dell' altra notte, in un quartiere residenziale della capitale siriana, sia opera del Mossad. Israele considerava infatti Mughniyeh uno dei terroristi più ostinati e pericolosi, ricercato da decenni anche dagli Stati Uniti. Tuttavia, scommettere sulle responsabilità, al di là degli scambi di accuse e delle smentite, è un azzardo. Tanti, troppi sono i giochi, i segreti, le manovre mefitiche, e quindi le trappole che si stanno tessendo in un Medio oriente sempre più turbolento, con la crescente impotenza libanese, l' arroganza di Teheran, l' alleanza siro-iraniana e i sempre più aspri conflitti tra israeliani e palestinesi, e tra palestinesi e altri palestinesi, con il Fatah del presidente Abu Mazen contrapposto agli estremisti di Hamas.

Colpisce, prima di tutto, l' approdo a Damasco - per la prima volta - delle esecuzioni mirate. Un chiaro segnale al presidente Bashar el Assad per indicargli che nessuno può sentirsi sicuro, neppure nella supersorvegliata Siria. Tanto più che l' attentato è avvenuto a poche decine di metri da una scuola iraniana, da una stazione di polizia e da un ufficio dell' intelligence.

Però chi ha ucciso ha centrato comunque un bersaglio importantissimo. Imad Mughniyeh, 46 anni, non soltanto era il leader militare dell' Hezbollah libanese, ma anche l' uomo delle operazioni più ardite. La sua ferocia ha spinto alcuni a definirlo l' «Osama bin Laden» sciita. Accostamento forse improprio, perché al contrario dell' ascetico principe del terrore, Mughniyeh era, insieme, stratega e operativo. Il suo pedigree terroristico è stupefacente. Era già ricercato un quarto di secolo fa, quando l' Hezbollah era quasi sconosciuto mentre il giovane affiliato già si era guadagnato solida fama. Lo accusavano per l' attentato all' ambasciata americana (63 morti nel 1982), per la strage dei marines e dei parà francesi (oltre 300 morti, 1983), e per i sequestri di occidentali per le strade di Beirut. Fama consolidata negli anni 90, perché il nome del terrorista figura nella lista dei ricercati per gli attacchi all' ambasciata israeliana e a un centro ebraico di Buenos Aires.

È evidente che l' eliminazione di Mughniyeh avrà gravi ripercussioni, che Hezbollah ha già minacciato. A cominciare da stamane, quando nel sud del Libano si terranno i funerali del «martire», mentre a Beirut scenderanno in piazza i protagonisti della «Primavera libanese», nata dopo l' assassinio di Hariri. In un Paese lacerato, senza presidente e senza concordia, si può solo temere il peggio. Lapidario il commento del leader druso Walid Jumblatt, che un tempo era alleato dell' Hezbollah ma oggi, temendo che gli estremisti vogliano costruire uno Stato nello Stato, avverte: «Impossibile convivere con loro. Voglio un divorzio amichevole».