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Perchè in Israele l'ottimismo di Bush non basta

di Amy Rosenthal - l'Occidentale

GERUSALEMME. Il Presidente Usa George W. Bush ha lasciato ieri Gerusalemme per continuare il suo viaggio di otto giorni attraverso il Medio Oriente. Anche se molti abitanti della Città Santa erano indubbiamente deliziati dalla sua partenza di oggi, visto che la sua visita li aveva seccati dal giorno del suo arrivo mercoledì, stanno ancora – come molte altre persone in tutte le parti del mondo – tentando di valutare le sue dichiarazioni fatte durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente palestinese Abu Mazen: “Credo che succederà – che ci sarà un trattato di pace [tra Israele e l’Autorità Palestinese] prima che io lasci il mio incarico”.

Buono e giusto, ma la domanda che lascia molti a meditare è la seguente: su quail basi Bush crede che un trattato di pace firmato tra Israele e l’Autorità Palestinese è realisticamente possibile prima del gennaio 2009?

Alcuni dei maggiori ostacoli ad un decisivo accordo israelo-palestinese sono i seguenti: Primo, per come stanno le cose, la situazione in Cisgiordania dipende attualmente dall’esercito israeliano, perché senza il suo aiuto i palestinesi non possono garantire l’ordine e la sicurezza né per Israele né  per il loro popolo. Secondo, c’é la questione di confini difendibili. È molto rischioso dare ai palestinesi uno stato in Cisgiordania, perché una mossa del genere non solo aprirebbe dall’interno le porte di Israele al terrorismo ma ne farebbe anche un luogo in cui i jihadisti islamici sarebbero felici di emigrare in massa.

Il terzo e maggiore impedimento, comunque, poggia sul fatto che noi israeliani dovremmo riconoscere che il Presidente Abu Mazen e il Primo Ministro Ehud Olmert sono capi di stato molto deboli. Abu Mazen non è abbastanza forte, e lo ha già dimostrato,  per difendere i palestinesi nella Striscia di Gaza controllata da Hamas, dove non possiede alcuna autorità, né nella Cisgiordania, dove invece in teoria questa autorità dovrebbe possederla. Invece il suo controllo su quel territorio è estremamente precario e marginale: soltanto la scorsa settimana – a Nablus – l’esercito israeliano ha scoperto una neonata fabbrica di razzi Qassam. Oltre a questo non ci sono garanzie  sul fatto che un vergine Stato palestinese non collasserà velocemente – come è successo a Gaza – con Hamas.

Per quanto riguarda Olmert, beh, Bush si è appellato a lui durante la sua visita affinché gli avamposti degli insediamenti siano rimossi. Comunque, dato il suo basso livello di approvazione, sarebbe politicamente impossibile per lui portare avanti una mossa politica così lacerante e allo stesso tempo restare al potere. Come mi è stato recentemente confessato dallo storico Michael Oren, “non dimentichiamoci che Ariel Sharon, un Primo Ministro molto più influente e popolare, ha dovuto impiegare 55.000 soldati israeliani per rimuovere 8.100 coloni dalla Striscia di Gaza nel 2005. Ehud Olmert, un Primo Ministro molto più debole, richiederebbe l’intervento dell’intero Esercito Israeliano per mandare via i 100.000 israeliani dalla Cisgiordania in modo da organizzare lì uno Stato palestinese. Ah, tra l’altro, mentre  la Striscia di gaza non è universalmente riconosciuta dagli ebrei come parte della Terra di Israele, la Cisgiordania lo è.

Mentre Bush sarebbe venuto in Israele e nella Cisgiordania forse carico di quell’ottimismo americano perché le sue parole, ha scritto l’analista politico Herb Keinon del Jerusalem Post di ieri, “riflettono una certo distacco dalla realtà”. Keinon infatti spiega: “Bush suppone che, data la possibilità di scelta, i palestinesi sceglierebbero la democrazia e uno Stato accanto a quello israeliano invece che Gaza controllata da Hamas”. Questo è ciò su cui Bush sta scommettendo e, mentre potrebbe darsi che il suo tentativo di raggiungere un trattato di pace tra Israele e l’Autorità Palestinese prima del fine del suo mandato non vada a buon fine; egli comunque ha già dimostrato di essere determinato  a spingere per la realizzazione di questo processo almeno fino a che è in carica.

Traduzione Andrea Holzer