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Pena di morte, gli Usa contro Europa e Italia

Il consigliere del Dipartimento di Stato attacca la svolta «moralista» in politica estera

John R. Schmidt è lo studioso al quale il Dipartimento di Stato ha chiesto un’analisi sull’offensiva di Roma e Bruxelles contro le esecuzioni. Risultato: «Esistono visioni in competizione»

Massimo Franco - Corriere 24.12.2007

Seppure limitata agli esperti e poco pubblicizzata, l’analisi è stata avviata da tempo. Dietro il silenzio quasi totale della stampa statunitense, al Dipartimento di Stato americano sono state ricostruite genesi e dinamiche dell’offensiva europea contro la pena di morte; e valutate in anticipo le motivazioni e le conseguenze della vittoria in primo luogo europea ed italiana del 18 dicembre scorso all’Assemblea generale dell’Onu sulla moratoria. La conclusione è che si tratta di un tema- simbolo che le élites del Vecchio Continente hanno scelto da tempo per costruire una propria identità. E che ormai rappresenta non più un argomento di politica interna all’Ue, ma un biglietto da visita per esportare ed affermare un profilo internazionale autonomo; e con venature morali che storicamente l’Europa ha teso a rimproverare alla politica estera degli Stati Uniti.

«Il tema della pena di morte dimostra che esistono due visioni in competizione, che potrebbero provocare nel tempo frizioni crescenti nei rapporti transatlantici », ha scritto John R. Schmidt, l’analista al quale l’Ufficio Intelligence e Ricerche del Dipartimento di Stato Usa affida i rapporti sull’Europa. In un breve saggio apparso su Survival, la rivista dell’International Institute for Strategic Studies di Londra, Schmidt ricostruisce una strategia coerente e, finora, vincente. È la storia di un’Europa che dal dopoguerra in poi ha abolito la punizione capitale nei vari Paesi: l’Italia nel 1947, la Germania nel 1949, la Gran Bretagna nel 1965, pur mantenendola per tradimento e pochi altri casi estremi; Belgio e Danimarca nel 1950; l'Olanda nel 1952, la Spagna nel 1975 e la Francia nel 1977. Soltanto negli Stati comunisti dell’Europa dell’Est le esecuzioni sono state ammesse ancora per anni. Poi, nel 1998, anche la Gran Bretagna ha deciso di cancellare del tutto la pena di morte. Da quel momento, l’offensiva europea si è potuta proiettare a livello mondiale. E gli Usa sono diventati uno dei principali bersagli della campagna abolizionista.

Il primo segnale fu una lettera inviata proprio in quell’anno dalla presidenza austriaca dell’Ue all’allora governatore del Texas, George W. Bush, l’attuale presidente americano. In realtà, anche Cina e Giappone, fra gli altri, hanno ricevuto più volte i rimproveri della comunità internazionale. Ma gli Stati uniti sono sempre stati visti come una culla della democrazia, della libertà e dei diritti umani. E dunque sono diventati una sorta di destinatario naturale, se non obbligato delle critiche europee per quella che è stata considerata una «pratica immorale».

A sentire Schmidt, il modo di agire dell’Ue nei confronti delle amministrazioni americane ricorda quello degli Usa verso l’Unione Sovietica durante la Guerra fredda. «L’ironia — annota con sottile disappunto l’analista del Dipartimento di Stato — è che durante la Guerra fredda molti alleati europei esitavano ad appoggiare le campagne contro le violazioni dei diritti umani da parte dell’Urss: dovevano essere stimolati da Washington ». Ma quella era un’altra epoca. Nel limbo tra la fine del comunismo e gli attentati dell’11 settembre del 2001, l’Ue ha cercato di definire il proprio ruolo e la propria identità. Si è convinta che occorreva superare l’idea di un’alleanza solo economica e monetaria, stipulata per cancellare e scongiurare nuove guerre continentali. Bisognava inserire «un elemento etico». E le classi dirigenti l’hanno fatto con determinazione. Le classi dirigenti, non i popoli europei, tiene a sottolineare Schmidt, perché la vittoria della moratoria «non nasce da un’ondata di indignazione popolare.

L’ostilità contro la pena di morte è un tema elitario», scelto accuratamente a fini interni. L’enfasi più che giustificata con la quale Italia e Ue hanno accolto il successo delle loro proposte sulla moratoria contro la pena di morte alle Nazioni Unite tende a legittimare l’eticità della politica estera di Bruxelles. Imita l’approccio americano, e in alcuni casi compete con i principi morali che hanno spesso impregnato le scelte di politica estera degli Stati Uniti. E serve a puntellare un’Unione che dopo l’allargamento a est ha perso colpi sul piano costituzionale; e vede crescere le tentazioni di rivincita di alcune singole nazioni.

Il risultato è che l’Europa è diventata «la seconda presenza moralizzatrice nella comunità internazionale», scrive Schmidt. Scegliendo di muoversi come organismo sovrano, trasferendo pezzi di autorità e di competenze dai singoli Paesi a Bruxelles, legittima a posteriori la sua vocazione multilaterale. E dà ulteriore fondamento al rifiuto di avallare le decisioni prese nel 2003 dall’amministrazione Bush sull’Iraq, prescindendo dalle Nazioni Unite.

La conclusione del saggio, tuttavia, non è pessimistica: almeno sul contrasto intorno alla pena di morte. Nell’ottica statunitense, si tratta di un tema minore, seppure enfatizzato dall’Ue come aspirante leader dello schieramento mondiale sui diritti umani. Preoccupa di più la «svolta moralistica» in politica estera. Il caso più eclatante è stato lo scontro sulla Corte penale internazionale. Le tensioni e le lacerazioni sulla guerra in Iraq ma anche quelle intuibili sulle sanzioni contro l’Iran vengono considerate il frutto di un approccio differente e potenzialmente divergente con Washington.

La novità è che, per quanto divisa nel recente passato, in prospettiva l’Europa viene osservata come un interlocutore più o meno unito. «Il trend di lungo termine è chiaro», sottolinea l’uomo che al Dipartimento di Stato studia il modo in cui sta cambiando il Vecchio Continente. «La cooperazione fra Usa e Ue sui temi internazionali sarà sempre più difficile, seppure solo in modo marginale». A meno che le rispettive classi dirigenti non imparino a riconoscere la distanza crescente fra l’opinione pubblica e le classi dirigenti statunitensi, e quelle dei Paesi europei. L’offensiva sulla moratoria l’ha sottolineata, più che ridotta. «È una questione piccola rispetto ai grandi affari di Stato — conclude Schmidt —. Ma dice molto sulle differenze fra le due società».