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Predicatori di odio e istituzioni timide

Magdi Allam - Corriere 23 dicembre 2007

Se un sacerdote o un rabbino, anche se del tutto sconosciuti, avessero istigato i fedeli a odiare e a uccidere i musulmani e gli arabi dai pulpiti di una chiesa o di una sinagoga dispersi nella più remota delle cittadine d'Italia, legittimando nel nome di Dio la strage di tutti coloro che non si convertono al cristianesimo o all'ebraismo, avremmo assistito a una sollevazione generale del governo, dei partiti e dell'opinione pubblica italiana, dell'Unione Europea, delle Nazioni Unite, ovviamente della Lega Araba e dell'Organizzazione per la Conferenza Islamica con l'immancabile fatwa di condanna a morte di Bin Laden. Ma se è un imam islamico, addirittura della più affollata moschea della metropoli con più musulmani in Italia, quella di viale Jenner a Milano, a indottrinare i fedeli alla «guerra santa» contro tutti i nemici dell'islam, a praticare con successo il lavaggio del cervello a decine di terroristi islamici che sono andati a combattere e a farsi esplodere in Iraq, Tunisia, Marocco, Afghanistan e nei Balcani — e benché tutto ciò sia stato accertato e formalizzato da una sentenza della Corte d'Assise — ebbene non succede assolutamente nulla.

L'imam Abu Imad, nome di battaglia di Arman Ahmed El Hissini Helmy, ha ascoltato il 20 dicembre a Palazzo di Giustizia la condanna a tre anni e otto mesi per «associazione a delinquere aggravata da finalità di terrorismo», poi se ne è tornato come se nulla fosse successo nella moschea più inquisita e più coinvolta nel terrorismo islamico internazionale. Continuando a svolgere imperturbabile e indisturbato il suo ruolo di predicatore d'odio e di avanguardia della strategia di penetrazione islamica in Italia, confortato dalla certezza che, qualunque sarà la sentenza d'Appello, egli non verrà allontanato dall'Italia e rispedito nelle galere d'Egitto dove era stato rinchiuso per il suo coinvolgimento nell'assassinio del presidente Sadat il 6 ottobre 1981. Perché — così ha stabilito lo stesso pubblico ministero Elio Ramondini—Abu Imad avrebbe recentemente preso le distanze dai terroristi islamici.

Eppure le accuse nei confronti di Abu Imad sono di una tale gravità che difficilmente gli basterebbe una vita per ravvedersi. Tra i condannati figurano i nomi di tre latitanti tunisini (Sassi Lassad e i fratelli Zied e Zouhair Riabi) che dalla moschea di viale Jenner sono andati a morire in Tunisia dove intendevano far esplodere le ambasciate dell'Italia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Così come sono stati arrestati sei aderenti al Gruppo Salafita che, dopo essere stati trasformati in robot della morte dalla predicazione di Abu Imad, si apprestavano a partire per farsi esplodere in Iraq e massacrare i «nemici dell'islam». Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Armando Spataro, hanno evidenziato che Abu Imad era dedito al lavaggio del cervello dei fedeli per trasformarli in kamikaze islamici certamente fino al 2004, mentre la sua predicazione per reclutare gli aspiranti combattenti alla «guerra santa » islamica è addirittura precedente l'11 settembre 2001. Il finanziamento a questa «Jihad globale» veniva anche dallo spaccio di droga che, secondo Abu Imad, è lecito se i suoi proventi vengono diretti «contro un paese occidentale e per fini di Jihad». L'attività terroristica che ruota attorno ad Abu Imad e alla moschea di viale Jenner, così come emerge dagli incartamenti della Procura, si inserisce «in un complesso programma inquadrato in un progetto di Jihad» che contemplava «la disponibilità ad azioni suicide in Italia e all'estero» Ebbene c'è un abisso tra questo profilo altamente criminoso di Abu Imad, la mitezza della pena e soprattutto il fatto che gli sia consentito di continuare a fare quel che ha sempre fatto. La verità è che Abu Imad non è mai cambiato. Quando lo incontrai per la prima volta e pubblicai su la Repubblica un'inchiesta sugli estremisti islamici il 15 novembre 1998, Abu Imad mi disse: «La riscossa dell'islam è evidente ovunque, anche in Italia, e i figli delle comunità musulmane sono i suoi protagonisti. Il Corano ha ordinato la Jihad contro i nemici dell' islam. La guerra è guerra. Se ci costringono a combattere, come in Bosnia, dobbiamo combattere, dobbiamo andare ad aiutare i nostri fratelli a respingere l'aggressore. Non possiamo essere criminalizzati perché aiutiamo dei musulmani con i soldi, con le armi e con la vita». E quando l'ho sentito al telefono l'ultima volta dopo un attentato terroristico suicida perpetrato da Reem Reyashi, una palestinese di 21 anni madre di due bambini di 8mesi e 3 anni, Abu Imad è stato perentorio nel difendere la madre- kamikaze in un servizio pubblicato sul Corriere del 17 gennaio 2004: «I martiri sono vittime delle guerre, dell' occupazione, dell' oppressione e della disperazione. Tutte le leggi del mondo autorizzano l'autodifesa. Il modo con cui si manifesta dipende dalle situazioni particolari. In Palestina avviene diversamente che altrove. Se non hanno altri modi di reagire, cosa dovrebbero fare? Sarà Dio a giudicare le intenzioni della madre che ha sacrificato la propria vita. E' evidente che non aveva altri modi di manifestarsi. E' una martire. Una vittima. Questo non è terrorismo. Bisogna capirne le cause e le motivazioni».

Se per Abu Imad una madre che si fa esplodere abbandonando al proprio destino due figlioletti per massacrare degli israeliani «non è terrorismo », non sorprende che nell'aula del tribunale abbia sostenuto «io non sono un terrorista». Per lui la dissimulazione della realtà è un semplice gioco di parole. Ma non dovrebbe essere così per i nostri giudici. La verità è che le istituzioni in Italia, dal governo al Parlamento, dalle forze dell'ordine alla magistratura, hanno paura di affrontare e di scontrarsi con gli estremisti islamici che si sono saldamente arroccati nelle moschee. Ed è così che ciò che sarebbe inammissibile per i cristiani e per gli ebrei o per qualsiasi cittadino italiano, diventa invece lecito per i musulmani. Abbiamo già creato, consapevolmente o meno, ma certamente irresponsabilmente, un doppio binario etico e giuridico che ci vede sconfitti e sottomessi all'arbitrio dei burattinai del terrore e dei predicatori della sharia islamica.