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"Bisogna aiutare i giovani iraniani a liberarsi degli ayatollah”

Intervista a Amir Abbas Fakhravar di Emiliano Stornelli - l'Occidentale

Tra i dissidenti che hanno animato la Conferenza di Roma “Fighting for Democracy in the Islamic World”, l’iraniano Amir Abbas Fakhravar è quello che più ha attirato l’attenzione dei media e di quanti hanno partecipato all’evento. Per la sua giovane età, 32 anni, e soprattutto per la sua vicenda personale: leader del movimento studentesco in lotta contro il regime degli ayatollah, è stato il primo prigioniero politico iraniano a subire la cosiddetta ‘tortura bianca’, una forma particolarmente efferata di tortura che lo ha costretto - per 222 giorni - in una cella acusticamente isolata, con fortissima illuminazione al neon costantemente accesa e disposta in modo da riflettere tremolante il color crema delle pareti. Privato pure del sonno, il cibo non era altro che riso, servito in piatti anch’essi bianchi. Eppure Amir Abbas è riuscito a sopravvivere e a riprendersi la libertà. Dopo essere entrato alla facoltà di legge, vincendo dal carcere il concorso d’ammissione, ha fatto perdere le sue tracce durante un permesso ottenuto per dare un esame. Le autorità gli hanno dato la caccia per dieci mesi, la polizia aveva persino l’ordine di sparare a vista contro di lui. Alla fine Amir Abbas ce l’ha fatta ed è riuscito a raggiungere gli Stati Uniti, da dove continua a combattere la teocrazia khomeinista, con l’obiettivo di unificare l’eterogenea opposizione iraniana per muoverla come un solo uomo contro il regime oppressore e sanguinario di Teheran. Nella sua testimonianza alla Conferenza di Roma ha spiegato come gli ayatollah, servendosi dell’istruzione pubblica, abbiano dato vita a un sistema educativo che fin dall’infanzia (de)forma le menti e i cuori degli iraniani all’odio verso l’Occidente, incarnato dagli Stati Uniti, gli ebrei e Israele. Di questo ha parlato anche all’Occidentale.

A quale dottrina si ispira il sistema educativo iraniano?
Subito dopo la presa del potere nel 1979, Khomeini diede avviò alla cosiddetta ‘rivoluzione culturale’. Le università rimasero chiuse per quattro anni, il tempo di fare piazza pulita dell’educazione precedente, procedere al cambiamento degli insegnanti (molti dei quali furono espulsi o uccisi) e introdurre nuovi libri di testo. I nuovi libri erano pieni d’odio verso le altre religioni, quella ebraica in particolare, e l’odio nei confronti degli Stati Uniti e Israele era il nostro pane quotidiano. Molti libri si aprivano con la frase di Khomeini “il vero leader è il ragazzo di 12 anni che cinge attorno a sé una granata e con essa si fa esplodere. Sarà costui a bere il vino puro del paradiso”.    

Quali erano i metodi d’insegnamento?
La scuola elementare in Iran inizia a sette anni. Ricordo che dovevamo raderci a zero i capelli e che eravamo costretti ad indossare uniformi scure. Era proibito giocare, andare a scuola era come essere in una caserma militare. Dovevamo cantare “Morte all’America! Morte a Israele!”. Ogni giorno, in continuazione, i maestri ci ripetevano che gli Stati Uniti erano il ‘Grande Satana’ e li rappresentavano come una creatura malvagia, dalle unghie lunghe e insanguinate; un dracula dai denti affilati che indossava una bandiera a stelle e strisce. Ma noi non avevamo la minima idea di cosa fossero gli Stati Uniti. Ci dicevano che quella terribile creatura era assetata del sangue dei giovani, specie dei giovani iraniani. Anche gli ebrei erano dipinti come esseri dalla  natura malvagia. Sui muri delle scuole c’era spesso scritto “Israele deve essere cancellata dalla carta geografica”.

Poi cos’è accaduto nelle università?
Nei campus si diffuse la consapevolezza dell’inganno cui eravamo tutti sottoposti. Le domande, le richieste di chiarimenti, le nostre curiosità rimanevano tutte senza risposta. A quel punto, cominciammo a comunicare con l’esterno grazie a internet. Il potere magico di internet ci venne in soccorso, aiutandoci a capire che il mondo esterno non era quello che ci veniva descritto dalle autorità. 

Quale fu il ruolo di internet nella contestazione al regime?
Internet divenne un formidabile strumento di lotta contro il regime. Gli ayatollah non avevano ancora compreso le potenzialità di questo strumento cui gli studenti avevano accesso. I messaggi che circolavano nella rete non erano sottoposti al rigido sistema di filtri che c’è oggi. Capimmo allora di poter sfidare l’educazione fondamentalista e mettere il regime in difficoltà. Fu così che si costituì il movimento studentesco e iniziò la contestazione.

Perché la rivolta fallì?
Era il 9 luglio del 1999. Frequentavo la scuola di medicina, ero in ospedale quando vidi un mio compagno volare giù dal tetto del palazzo della polizia; vidi poi altri amici e studenti arrestati. La rivolta durò sei giorni, potevamo davvero rovesciare il regime. Molti esponenti della teocrazia avevano già preparato la fuga, ma ci venne a mancare il supporto internazionale e quello dei mezzi di comunicazione: non riuscimmo a far sentire alla gente la nostra voce. Un anno dopo ero in carcere.

Il sistema educativo di oggi è cambiato?
Sì, e in peggio. Con Ahmadinejad è iniziata la ‘nuova rivoluzione culturale’, su spinta del religioso Mesbahe Jazdi, mentore del presidente iraniano. Il lavaggio del cervello è diventato ancora più pericoloso che in passato. I nuovi libri elevano la cultura del martirio a cardine del sistema educativo. Considerando che il 75 per cento della popolazione è sotto i 35 anni e che gli studenti sono circa 20 milioni (2 milioni gli universitari), avremo una nazione popolata da potenziali terroristi suicidi. Questo è l’obiettivo del regime e se non verrà fermato lo raggiungerà. Il mondo libero deve intervenire per il bene dei giovani iraniani.

Che può fare la comunità internazionale per liberare l’Iran?
Deve accrescere la pressione internazionale sul regime e deve dare maggiore sostegno all’opposizione interna. Le organizzazioni internazionali e i paesi democratici devono stringere la corda delle sanzioni politiche ed economiche, mentre i mezzi di comunicazione occidentali devono penetrare maggiormente in Iran, così da convincere la popolazione che è davvero possibile rovesciare il regime dall’interno.

 

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