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Al cosmopolitismo senza identità preferiamo l'identità cosmopolita

di Sergio Belardinelli - l'Occidentale

Sul numero di novembre della rivista “Literaturen”, il sociologo tedesco Ulrich Beck ritorna sul suo ideale di società cosmopolita con un saggio-manifesto di sette tesi (lo si può leggere in italiano sul sito del “Corriere della Sera”), che potremmo sintetizzare così: 1) la globalizzazione produce un meta-potere economico sottratto al potere degli stati-nazione; un potere che non è “né legale, né legittimo”, bensì “translegale”; 2) solo al capitale è ormai consentito contravvenire alle regole; 3) il contro-potere siamo noi, i consumatori; 4) il consumatore è libero di una libertà che il capitale non può contrastare; non può essere licenziato, né minacciato, non è “legato a nessun marchio, può organizzarsi transnazionalmente e trasformarsi in un’arma letale”; 5) occorre ridefinire la politica dello stato, operando una indispensabile “distinzione tra sovranità e autonomia”. La globalizzazione, con le sue interdipendenze a tutti i livelli, produce una sostanziale perdita di autonomia e di conseguenza anche di sovranità; se però consideriamo che la sovranità di uno stato si misura pur sempre nella capacità che esso ha di “risolvere i suoi problemi nazionali” e che ciò è ormai possibile solo a condizione di saper includere la prospettiva transnazionale, allora se ne deduce che la perdita di autonomia nazionale si sta trasformando in un aumento di sovranità transnazionale; 6) una risposta politica alla globalizzazione è rappresentata dallo “stato cosmopolita”, uno stato che non può più essere “stato nazionale autonomo”, né “stato economico minimo”, e nemmeno “governo globale unificato, reso invincibile dalla concentrazione di potere”. Si tratta di uno stato che dovrebbe generare una sorta di “globalizzazione interna”, capace di spalancare al mondo tutte le sue “potenzialità legali, politiche ed economiche a livello locale e nazionale”; una “creatura ermafrodita”, allo stesso tempo cosmopolita e nazionale; 7) sul piano culturale la “prospettiva cosmopolita” supera tutte le vecchie diatribe sul relativismo culturale, il multiculturalismo, il transculturalismo, l’interculturalismo, ecc., per aprirsi a una tolleranza che “non è difensiva, né passiva, ma attiva e prospettiva”, tesa sostanzialmente a sostituire la logica dell’esclusione con quella dell’inclusione e a “trasformare i muri in ponti”.

Si tratta di tesi, alcune delle quali ben note, altre meno, ma comunque tutte estremamente suggestive e meritevoli di essere discusse, non fosse altro per il fatto che, dal fatidico 11 settembre 2001, il tema della globalizzazione sembra aver subito un certo declassamento. E invece si tratta di un tema decisivo. Per i motivi che indica anche Beck, certo, ma soprattutto perché proprio la globalizzazione ha riproposto, spesso in modo drammatico, il tema dell’identità. Una parola che evidentemente a Beck non piace, visto che non la nomina mai nel suo manifesto, ma che di certo non può essere elusa se davvero vogliamo dare carne e sangue a una “prospettiva cosmopolita” capace di includere identità diverse. A questo proposito, forse per timore degli usi aggressivi e violenti che alcuni fanno del tema dell’identità, ho la sensazione che Beck ripieghi in una sorta di cosmopolitismo senza identità o post identitario. A me pare invece che abbiamo soprattutto bisogno di identità cosmopolite, capaci appunto, proprio come dice Beck, di una tolleranza “attiva e prospettiva”, in grado di “trasformare i muri in ponti”. Purtroppo, però, non tutte le culture hanno questa capacità. Per non dire poi dei casi in cui, vedi Israele, la costruzione di muri può essere assai più utile ed efficace che la costruzione di ponti. C’è insomma una conflittualità spesso tragica nella gestione politica delle diversità che non può essere trascurata, pena la riduzione della stessa “prospettiva cosmopolita” a una delle tante varianti di quella melassa astratta e buonista, oggi purtroppo assai diffusa nel nostro Occidente, la quale ci fa spesso trascurare il ruolo decisivo, non sempre soltanto negativo, che l’identità e i conflitti svolgono nella vita dei popoli e dei singoli individui.  

Del resto non c’è uomo che venga al mondo da cosmopolita. Non scegliamo i nostri genitori né il luogo dove nascere. Appena poi incominciamo a guardarci intorno, lo facciamo con gli occhi delle persone che ci sono più vicine, con la lingua che ci hanno insegnato, con i valori, le verità e i pregiudizi che da loro abbiamo assimilato; guardiamo insomma ciò che la loro cultura, diventata poco a poco anche la nostra, ci consente di vedere. In una parola: nasciamo con un’identità che prendiamo dalla comunità nella quale siamo nati. Col tempo però impariamo a guardare sempre più a fondo nella nostra tradizione, nella nostra storia, nella nostra cultura; ce ne appropriamo e, se siamo stati fortunati, se cioè siamo nati in una comunità “aperta”, abituata, poniamo, a guardare tutti gli uomini nella loro dignità incommensurabile, unica e irripetibile, ci sarà anche agevole, sebbene non sia automatico, diventare, sotto certi aspetti, cosmopoliti.

Ciò che intendo dire è che la capacità di una cultura di prendere le distanze da se stessa è fondamentale per aprirsi alla “prospettiva cosmopolita” come a una risorsa. Ma questa capacità non si sviluppa coltivando, come dice Beck in un altro dei suoi scritti, “la virtù della mancanza d’orientamento”, né si sviluppa allo stesso modo in tutte le culture. La cultura cristiana europea e occidentale ha potuto imparare a guardarsi nonché ad assumere il punto di vista dell’”altro” in primo luogo perché, per sua natura, essa è una cultura antropocentrica, non eurocentrica o etnocentrica; è una cultura consapevole del fatto che l’”umano” si esprime in ogni cultura, senza essere patrimonio esclusivo di nessuna. Più una cultura è antropocentrica e più è capace di differenziazione, di articolarsi in identità plurime, concentriche, tali che uno possa sentirsi, allo stesso tempo e senza traumi, marchigiano, italiano, europeo, occidentale, cosmopolita, fino a porre addirittura in cielo la sua vera patria. Ma tutto questo esige che vengano coltivate le virtù vere, il senso profondo di ciò che effettivamente sta alla base della nostra identità occidentale; non bastano generici appelli, che almeno così appaiono a me, affinché i ponti spuntino “non soltanto nella testa delle persone, nella mentalità e nell’immaginazione, ma anche in seno a nazioni e località, nei sistemi normativi, nelle istituzioni, come pure nella politica interna globale”.