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"E' la democrazia l'unico antidoto al terrorismo"

di Emiliano Stornelli -

La Conferenza di Roma per la libertà e la democrazia nel mondo islamico è volta al termine ed è stata un grande successo, di pubblico e soprattutto d'impatto sul mondo culturale e politico. Ha lasciato il segno delle tragiche vicende dei dissidenti sulla quotidiana indifferenza degli europei verso quanto accade in quelle dittature laiche e teocratiche che ben volentieri hanno elevato l'appeasement della vecchia Europa a loro punto di forza; e ha messo al centro, una volta per tutte, la necessità di combattere per  la difesa dei diritti umani ovunque nel mondo con i fatti e l'impegno concreto, non con gli slogan o le mere dichiarazioni d'intenti.

I lavori di “Fighting for Democracy in the Islamic world” sono stati aperti da Gaetano Quagliariello, presidente della Fondazione Magna Carta, che ha voluto precisare, anzitutto, come “il nostro interesse per il dissenso nel mondo islamico è in primo luogo di natura politica e non umanitaria”.

Riaffermare oggi l’universalità dei diritti umani, infatti, significa “compiere un preciso atto politico contro il diffondersi del politically correct, che tende a scegliere di fiore in fiore dove intervenire e dove no: in America contro la pena di morte, ad Amsterdam a favore del reato di omofobia ma non quando a Teheran viene mandato all’impiccagione un omosessuale”. Il contagio democratico del mondo islamico, ha chiosato Quagliariello introducendo la lectio successiva del professor Bernard Lewis, “non si ottiene con un conflitto e neppure con il volgere di un limitato arco di tempo. Ma allo stesso modo il suo insegnamento ci dice che non dobbiamo rinunciare in nome del realismo a sfruttare le possibilità che la storia ci offre: rinunciare a lottare per il possibile inseguendo il facile approdo del probabile significherebbe sfuggire alla responsabilità che la nostra condizione privilegiata di uomini liberi e benestanti vieppiù ci impone”.

Bernard Lewis, da grande storico dell'Islam, nel suo intervento ha individuato con chiarezza lo stretto legame tra la crisi odierna del Medio Oriente e il mutamento degli equilibri mondiali determinati dalla fine della Guerra Fredda. Laddove nel secolo scorso “era la divisione in blocchi a imbrigliare e contenere la prospettiva dello scontro di civiltà, il venir meno di un simile contesto geopolitico ha consentito la convergenza delle spinte secolari e di quelle religiose nell’estremismo islamico”.

Al dilemma se l'Islam sia compatibile con la democrazia, Lewis ha dato una risposta che ne scioglie definitivamente la portata: “Sarebbe come chiedersi se il cristianesimo e l'ebraismo siano compatibili con la democrazia. I modelli autoritari che oggi imperversano nei paesi musulmani sono d'importazione europea, non affondano in alcun modo le loro radici in un passato islamico”. Il problema, piuttosto, “è quella versione perversa dell'Islam che genera estremismo e terrorismo, del tutto assimilabile al nazismo: come il nazismo è stato un pericolo anzitutto per i tedeschi e poi per il resto del mondo, anche l'Islam radicale rappresenta una doppia minaccia, per i popoli musulmani, in primis, e per il mondo intero”. Ed è la democrazia “l’unico antidoto efficace contro l’estremismo e il terrorismo". L'Occidente, allora, deve aiutare gli islamici “a liberarsi dalle forze del male che con le armi e l’aiuto della tecnologia minacciano tutto il mondo e che, altrimenti, distruggeranno anche noi”.

Alla lezione di Bernard Lewis è seguito il momento dedicato ai dissidenti, presentati da Nathan Sharansky, che più di chiunque altro, dopo aver trascorso nove anni nei gulag sovietici, dal punto di vista simbolico rappresenta l’emblema del passaggio dal dissenso di ieri, dell'epoca della Guerra Fredda, a quello di oggi contro il totalitarismo islamista.

Sulla scia di Bernard Lewis, l'egiziano Saad Eddin Ibrahim ha ribadito che “non è vero che Islam e democrazia non sono compatibili. La gran parte dei musulmani nel mondo vive in paesi democratici o che si stanno avviando verso la piena democrazia, come India, Bangladesh, Turchia, Malesia e Indonesia”.  È nei paesi arabi, invece, che “i musulmani non eleggono liberamente i loro governi, in Egitto, Siria, Sudan, Algeria”. L’Egitto ha avuto “il suo primo parlamento elettivo nel 1866, prima della gran parte dei paesi europei, e subito dopo Tunisia e Iraq ne hanno seguito l'esempio. Solo in seguito c'è stata l'importazione dei modelli autoritari di marca europea”. Bisogna democratizzare il mondo islamico “prima che le forze del male distruggano i nostri paesi e voi”. Alla democratizzazione “non c’è alternativa”.

Il libanese Kassem Jaafar ha parlato della crisi che ha sommerso il suo paese e che sembra senza via d'uscita. La questione delle elezioni presidenziali in Libano “è un problema regionale e non solo libanese”. È l'alleanza del male che vede “saldamente legati Iran, Siria ed Hezbollah, insieme al cattolico Aoun, a imporre questa crisi al paese, come in tutti questi anni ha imposto la paralisi al governo democraticamente eletto di Fouad Siniora”. Hezbollah è uno strumento “di proiezione strategica dell'Iran e della Siria non solo in Libano ma nell'intera regione”. Hezbollah “è un'estensione della rivoluzione iraniana grazie alla quale Teheran è riuscita a diventare parte in causa del conflitto israelo-palestinese”. Eppure l'Onu e l'Unione Europea “continuano a far in modo che Siria e Iran mantengano la loro influenza sul Libano”

Farid Ghadry, oppositore siriano, ha chiesto quanta gente in Occidente “sia davvero a conoscenza delle dittature del mondo arabo”. Le organizzazioni terroristiche “non sono altro che un prodotto di queste dittature: Al Qaeda è un prodotto della monarchia saudita, Hezbollah di Iran e Siria, come Hamas”. Per sconfiggere il terrorismo, pertanto, “bisogna sradicare le dittature del mondo arabo”. La gran parte dei siriani vuole la pace con Israele “ma è Assad a non volerla. È Assad che continua a fomentare con la propaganda l'odio dei musulmani verso gli ebrei”. “Abbiamo una missione da compiere, e senza risorse non possiamo portarla a termine”. Per questo, con Nathan Sharansky, “creeremo un Endowment Fund for Fredoom around the World”.     

Leader della protesta studentesca iraniana, Amir Abbas Fakhravar ha spiegato come gli ayatollah siano riusciti attraverso il sistema educativo pubblico a inculcare la loro dottrina fondamentalista e l'odio verso l'Occidente. “La 'rivoluzione culturale' imposta da Khomeini ha insegnato agli iraniani a odiare gli israeliani e gli Stati Uniti fin dall'infanzia”. E oggi è ancora peggio perché “con Ahmadinejad è iniziata la 'nuova rivoluzione culturale'. I libri di testo sono stati cambiati e sono diventati ancora più pericolosi perché contengono l’esaltazione del martirio e del terrorismo suicida”. Per rompere con questo sistema educativo “il regime in Iran deve cambiare e l’Occidente deve aiutarci a farlo cadere”.

Del fondamentalismo islamico ormai dilagante tra i palestinesi, ha parlato Bassem Eid, attivista per i diritti umani, oppositore di Arafat. Grazie alla connection tra Iran e Hamas, “il fondamentalismo sta crescendo, ne è la prova la vittoria alle elezioni parlamentari in Giordania degli islamisti legati alla Fratellanza Musulmana grazie ai voti dei palestinesi condizionati da Hamas”.  Dopo la presa di Gaza da parte di Hamas, la Striscia è diventata “un porto franco per il contrabbando, il riciclaggio di denaro, il traffico di armi e di droga attraverso la frontiera con l’Egitto. Ecco da dove Hamas trae la sua forza”.

D'altro canto, l'Autorità Nazionale Palestinese “è sempre più debole e Abbas sempre più delegittimato. L'Anp non è in grado di governare, è solo diventata l'Ong più ricca del mondo”.

L'uomo politico iracheno Mithal Al Alusi, liberale, ha accusato l'Iran di essere “la centrale del terrorismo nella regione e nel mondo”. L'Iran è un vicino dell’Iraq “ma finché il regime terrorista iraniano rimarrà al potere tra i due paesi non potranno mai esserci relazioni pacifiche”. In Iraq “stiamo combattendo per la democrazia e lo stato di diritto e non ci fermeremo mai”. È giunto poi il momento di stabilire in Medio Oriente una vera normalità nei rapporti con Israele: “Tra Iraq e Israele c’è un interesse comune e concreto contro il terrorismo per la pace e la creazione di uno stato palestinese”.

Dopo i dissidenti, la parola è passata allo scrittore americano Bruce Bawer, trapiantato in Europa, che ha presentato il suo libro 'Mentre l'Europa dorme – Come il radicalismo islamico sta distruggendo l'Occidente dall'interno”. Sul banco degli imputati, il fallimento dell'esperimento multiculturalista, per il quale “l'Europa sta negando le sue libertà rimanendo indifferente alle violazioni dei diritti umani che si compiono in nome nell’Islam anche sul suo territorio”. L’Europa non vuol vedere “e sta lasciando spazio alla sharia a volte col supporto materiale delle autorità europee”, quelle che permettono “a un falso islamico moderato come Tariq Ramadan di insegnare nelle loro università”.

Fiamma Nirenstein, una delle principali promotrici dell'evento, ha ricordato come l'estremismo islamico sia una “minaccia diretta esercitata contro la democrazia da sempre indicata come suo nemico”. Ogni volta, infatti, che una nazione islamica “prova ad imboccare la strada della democrazia i jihadisti ostruiscono la via portando a una situazione di stallo e di sanguinosa lotta intestina”. La giornalista ed esperta di Medio Oriente ha poi introdotto i leader politici che partecipando all'iniziativa hanno dimostrato il loro sostegno alla battaglia dei dissidenti per la liberazione del mondo islamico dal giogo delle dittature: “E’ con senso di urgenza – ha affermato la Nirenstein - che chiedo ai leader qui presenti di agire concretamente per sviluppare iniziative pratiche e allargare la nostra capacità d’intervento”.

Jose Maria Aznar, promotore con Nathan Sharansky e Vaclav Havel della Conferenza di Praga di cui la Conferenza di Roma raccoglie l'eredità, ha messo in chiaro come quello di Occidente sia un concetto culturale universale e come la nostra sicurezza “dipenda dall’estensione della libertà e della democrazia”. “Dobbiamo rifiutare il complesso di colpa basato sul falso mito che vuole l'Occidente e la sua esistenza essere la causa di tutti i mali e che ha portato all’indebolimento del vigore morale della nostra civiltà”. L'Europa deve “rafforzare l’Alleanza Atlantica perché la NATO è la garanzia della nostra libertà”     

E sempre all'Europa è rivolto il richiamo di Gianfranco Fini, presidente di FareFuturo. L’Europa non deve abdicare al suo ruolo, “che non è un ruolo di subordinazione agli Stati Uniti o di semplice mediazione, ma di protagonista politico e militare sulla scena mediorientale e mondiale, per garantire la difesa dei valori dell’Occidente e la centralità della persona umana che è l’elemento che contraddistingue più di ogni altro la nostra civiltà”.

Fabrizio Cicchitto ha espresso il suo sostegno “alla posizione dell’interventismo democratico la cui contrapposzione al pacifismo neutralista e opportunista ha uno spessore storico”. Per questo è necessario “dare tutto l’appoggio possibile al dissenso democratico nei paesi arabi vincendo l’opportunismo dell’Europa nel passato impersonato da Schroder e Chirac”. Oggi, l'Europa di Sarkozy e della Merkel “ci dà qualche speranza”. Ma ancora una volta “l’Italia del governo Prodi è alla retroguardia.

Anche da sinistra, Umberto Ranieri ha affermato che “l’Islam non è incompatibile con la democrazia, ma è l’uso politico che se ne fa ad esserlo. Siamo tutti d’accordo sulla democratizzazione del mondo islamico”.

Tuttavia, il premio Nobel per la pace, David Trimble, ha ricordato come  una parte della sinistra "si sia schierata con l'Islam radicale perché non si identifica con l'Occidente" e abbia così tradito "la battaglia per la difesa dei diritti umani". Una battaglia, invece, che nello spirito delle Conferenze di Praga e di Roma l'Occidente continuerà a combattere.

 

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