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E il Papa disse agli islamici: rispettate la persona

La risposta del Pontefice alla lettera-appello chiarisce che non ci saranno sconti con chi pratica il terrorismo

Magdi Allam - Corriere 1/12/2007

Avevano speso un fiume d’inchiostro per citare versetti del Corano, dei Vangeli e della Bibbia da cui trarre il fondamento della comunanza tra i seguaci di Maometto e di Gesù sulla base dell’amore per l’unico Dio e per il prossimo che legittimerebbe la nascita di un’alleanza privilegiata tra musulmani e cristiani per realizzare la pace nel mondo, e si sono ritrovati in cambio una secca nota di Benedetto XVI che, pur apprezzando il gesto di tendere la mano e la volontà del dialogo, premette che non si possono «ignorare o sminuire le nostre differenze» e considera «l’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana» come la condizione per creare un rapporto costruttivo tra le due maggiori religioni mondiali.

È possibile che non saranno del tutto soddisfatte le 138 «guide religiose musulmane» che il 13 ottobre scorso avevano inviato una sterminata «Lettera aperta e appello» al Papa e altri leader religiosi cristiani, facendo leva su una dissertazione teologica e filosofica che decontestualizza il discorso religioso e dissimula la realtà, rifuggendo dal confronto diretto ed esplicito con le questioni che concretamente e oggettivamente rendono oggi l’islam e i musulmani un fattore di preoccupazione e di destabilizzazione nel mondo. Per contro la risposta del Papa, contenuta nella nota che reca la firma del segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, è un’affermazione netta del primato del sodalizio indissolubile tra fede e ragione, il cardine del pensiero ratzingeriano, che si coniuga con la certezza che i valori trascendenti sul piano della spiritualità non possono non essere condivisi dall’umanità e assumere assoluti e universali sul piano della laicità. Ecco perché, come ha affermato ieri in un’intervista a l’Avvenire il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il dialogo con l’islam «ora viene rilanciato su nuove basi». Evidenziando che «con l’islam che predica e pratica il terrorismo — che non è un islam autentico ma una perversione dell’islam —non è possibile alcun dialogo». Bene ha fatto quindi il Papa ad assumere un atteggiamento di cautela, dato che sussistono perplessità sulla condivisione della sacralità della vita di tanti firmatari dell’Appello, dal momento che negano il diritto all’esistenza di Israele e legittimano il terrorismo palestinese.

Ma c’è dell’altro. La risposta del Papa va letta e interpretata non solo in relazione alle 138 «guide religiose musulmane», ma anche alla sconcertante iniziativa del «Centro Fede e Cultura » dell’università di Yale di raccogliere le firme di 300 esponenti cristiani, in prevalenza accademici americani, in calce al manifesto «Amando sia Dio sia il prossimo», pubblicato sul New York Times del 18 novembre scorso. Nell’avvallare entusiasticamente la proposta di un asse mondiale tra musulmani e cristiani, si legge: «Vogliamo premettere riconoscendo che in passato (ad esempio nelle crociate) e nel presente (ad esempio negli eccessi della "guerra al terrorismo"), molti cristiani si sono macchiati di colpe contro i nostri vicini musulmani. Prima di "stringervi la mano" in risposta alla vostra lettera, noi chiediamo perdono all’unico Misericordioso e alla comunità islamica in tutto il mondo».

Ebbene come non rilevare la differenza di fondo tra l’atteggiamento del Papa che, pur nell’apertura al dialogo, non fa sconti sui valori assoluti, universali e trascendenti e l’atteggiamento dei 300 cristiani che, in preda al relativismo etico, sposano la tesi dei dissimulatori islamici revisionando arbitrariamente la storia, attribuendo a Bush, non a Bin Laden, la responsabilità del terrorismo, escludendo totalmente gli ebrei e tacendo sulla negazione di Israele. Piaccia o meno ma c’è rimasto Benedetto XVI a difendere quei valori cristiani e laici che sono il fondamento della comune civiltà dell’uomo.