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(26 ottobre, 2007) - Corriere della Sera - Sezione: politica estera - Pagina: 013

Ma Teheran non è in grado di minacciare nessun Paese

In mano agli ayatollah arsenali obsoleti e limitati

Van Creveld Martin

A giudicare da come si comporta, la leadership iraniana è in preda al panico. E ha ottime ragioni per esserlo. Più di un mese è passato dal raid israeliano contro un presunto impianto nucleare siriano, che ha messo in luce la vulnerabilità delle difese contraeree di produzione russa, le stesse possedute dall' Iran. Dietro al primo ministro israeliano Ehud Olmert, in realtà, si nasconde il presidente americano George Bush. Lo stesso Bush che, quattro anni fa, decise di sfidare l' Iraq, Paese confinante con l' Iran occidentale, riducendolo in macerie dalle quali potrebbe non risollevarsi più. I due leader hanno ripetutamente esternato la propria determinazione a far sì che l' Iran non si doti di armi nucleari, ricorrendo alla forza se necessario. È del tutto probabile che le loro minacce diventino realtà. Qualora ciò avvenisse, Teheran avrà poche difese da sfoderare.

Pur essendo ricchissimo di petrolio, l' Iran è un Paese del terzo mondo con una popolazione di 70 milioni di individui e un reddito pro capite pari a 2.440 dollari. L' International Institute of Strategic Studies, con sede a Londra, stima gli stanziamenti per la difesa del Paese in 6,3 miliardi di dollari circa. Poco più della metà di quanti ne spende Israele, e meno del 2% della cifra stanziata dagli Usa per la stessa finalità. È probabile vi siano altri programmi «clandestini», ma sotto questo aspetto l' Iran è sicuramente in buona compagnia. Se gli Usa attaccheranno l' Iran - stiamo parlando di offensive con missili da crociera e velivoli pilotati, non di un' invasione per la quale Washington non ha truppe sufficienti -, quest' ultimo non avrà alcuna possibilità di contrattacco. Come Saddam Hussein nel 1991, la sua risposta più significativa consisterebbe probabilmente in un attacco contro Israele, il che probabilmente spiega perché il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e i suoi generali continuano a scagliare minacce in quella direzione.

Anche in tal caso, però, le opzioni che Teheran ha a sua disposizione sono limitate. Le forze terrestri e navali iraniane sarebbero inappropriate per quest' eventuale missione. È probabile, a onor del vero, che l' Iran custodisca qualche missile Shahab III con sufficiente gittata, ma si tratterebbe pur sempre di un arsenale limitato e di dubbia affidabilità. Qualora usassero missili con testate convenzionali, poi, l' effetto sarebbe con buone probabilità - e in termini prettamente militari - quasi nullo. Nel caso ricorresse a missili con testate non convenzionali, l' Iran - come ebbe a dire l' ex primo ministro israeliano Yitzhak Shamir alla vigilia della Prima Guerra del Golfo - si esporrebbe a una «tragica e terribile» rappresaglia (sicché alle vergini del paradiso islamico non mancheranno corteggiatori).

Le forze aeree iraniane sono in condizioni addirittura peggiori. Già nel 1988, alla fine della guerra tra Iran e Iraq, l' obsoleta flotta aerea di produzione americana su cui poteva contare Teheran era appena operativa. Così, con l' eccezione dei velivoli iracheni che nel 1991, durante la Guerra del Golfo, trovarono rifugio in Iran (probabilmente ormai non più operativi), le uniche armi di difesa davvero significative si riducono, forse, a qualche caccia di produzione russa. Solo in pochi, però, possono testimoniarne l' esistenza. E quand' anche l' Iran ne fosse in possesso, trattasi di caccia che non possono raggiungere Israele senza un rifornimento in volo, il che li rende vulnerabili ad eventuali attacchi. Gli iraniani non devono essere troppo soddisfatti dei caccia russi, altrimenti non si sarebbero imbarcati nel progetto di costruirne in proprio. Il nuovo cacciabombardiere iraniano prende il nome di Saeqeh (fulmine): esibito di recente a una parata, l' apparecchio non è che una nuova rivisitazione del caccia F5 Tiger di produzione americana. Progettato negli Anni ' 50 del secolo scorso e potenziato nel decennio successivo, il caccia F5 fu bocciato dall' Air Force statunitense. E fu venduto, invece, a Paesi come l' Iran e la Giordania e in America Latina, ovvero a chi non aveva la possibilità di procurarsi e gestire apparecchi più sofisticati. La prova più vicina al combattimento che il caccia F5 abbia sperimentato è stata immortalata nel film Top Gun (1986), dove sostituiva una particolare versione del Mig sovietico, probabilmente inesistente. Si direbbe che l' Iran non abbia fatto altro che copiare e potenziare alcuni di questi velivoli. Eppure, i caccia Saeqeh non hanno alcuna possibilità rispetto ai jet moderni. E la loro disponibilità è assai limitata. Come i caccia russi, potrebbero raggiungere Israele (ma non è poi detto) soltanto con un rifornimento in volo.

Ma Teheran ha un' altra opzione: scatenare una rivolta nel Golfo. Ed è presumibilmente questo che aveva in mente il generale Mahmoud Chaharbaghi, comandante d' artiglieria delle Guardie della rivoluzione, quando ha dichiarato di poter lanciare «11 mila razzi» in un minuto. Ciò che, tuttavia, rappresenta un' ipotesi assurda. A parte i razzi Katyusha, a corta gittata e di scarsa precisione, nessun Paese possiede un così alto numero di missili. Né si capisce quali vantaggi si trarrebbero lanciandoli tutti contemporaneamente. Quand' anche fosse possibile, l' unico effetto sarebbe quello di lasciare il Paese senza più possibilità di difesa. Una rivolta nel Golfo potrà portare alle stelle il prezzo del petrolio, ma non salverà l' Iran da pesanti bombardamenti. La minaccia missilistica, inoltre, è qualcosa che le forze armate Usa e i suoi alleati nel Golfo dovrebbero essere in grado di affrontare. Perché, altrimenti, mantenere 40 mila soldati (senza contare quelli di stanza in Iraq) e due o tre task force navali con oltre 25 mila unità nella regione?

Come terza opzione, infine, l' Iran potrebbe lanciare attacchi terroristici contro l' Occidente. Il cui impatto strategico, però, sarebbe pressoché nullo; dopo tutto, l' attentato dell' 11 settembre, il più drammatico di tutti i tempi, non ha affatto ridotto le capacità delle forze armate Usa. Coordinare una campagna terroristica, è più facile a dirsi che a farsi, perché troppe cose possono andare per il verso sbagliato.

Niente di tutto ciò sta a suggerire che gli Usa e/o Israele debbano ora farsi avanti e passare all' attacco. Che l' ambizioso, ben mimetizzato e camuffato programma nucleare iraniano possa effettivamente essere soppiantato, è assai discutibile. Tanto più che, a differenza dei raid israeliani in Iraq (nel 1981) e in Siria, oggi manca l' elemento di sorpresa. E che agire in tale direzione (qualora fosse possibile) serva a un utile scopo, è altrettanto discutibile. Dal 1945 a oggi, non è trascorso un anno senza che più voci - soprattutto di americani intenti a preservare quanto più possibile il monopolio Usa - si siano levate contro le drammatiche conseguenze di un' eventuale proliferazione nucleare. Sinora, nessun rischio del genere si è avverato. Al contrario: in tutti i Paesi che si sono dotati di armi nucleari, i conflitti su larga scala tra gli stessi sono pressoché scomparsi. Il generale John P. Abizaid, già a capo del Comando centrale Usa, è solo l' ultimo - in ordine di tempo - dei tanti esperti convinti che il mondo possa convivere con un Iran dotato di armi nucleari. Se vogliamo che la marionetta di Ahmadinejad, agitata in realtà da profonde paure, non spinga nessuno dei contendenti a compiere un gesto insensato, quelle parole meritano un' attenta riflessione.

(C) Global Viewpoint, distribuito da Tribune Media Services Traduzione di Enrico Del Sero

* GLI SCENARI *** L' amministrazione Usa ha definito l' Iran il suo «peggior nemico». Bush (foto) ha affermato che nel 2015 l' Iran potrebbe colpire gli Usa con armi nucleari. Ma ieri la Rice ha sottolineato che Washington resta aperta a una «soluzione diplomatica» *** Il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni (foto) ha ridimensionato la minaccia nucleare iraniana, afferma il quotidiano Haaretz. La Livni avrebbe detto, in colloqui a porte chiuse con i suoi assistenti, che non è un pericolo per l' esistenza di Israele