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Il fondamentalismo di noi laici che non distinguiamo tra le religioni

Ruggero Guarini (*) guarini.r@virgilio.it

IL FOGLIO 29/09/2007

 

Voglio parlare del fondamentalismo di noi laici. Osservo innanzitutto che l’intero edificio di quella specialissima credenza che è la religione laica, sia contraddistinto da due pregiudizi sui quali la storia ha provveduto da un pezzo a spalmare una nobile patina di antichità. Il primo è l’idea che tutti indistintamente i fondamentalismi religiosi, nonostante le innumerevoli differenze che intercorrono fra le diverse fedi a cui rimandano, in quanto fatalmente forieri, per definizione, di derive fanatiche, terroristiche e totalitarie, in sostanza siano forme equivalenti di una sola aberrazione. Il secondo, strettamente legato al primo, è la convinzione che la cultura laica esprima la sola posizione spirituale assolutamente refrattaria, per la sua stessa essenza, a ogni forma di fanatismo e di terrorismo.

A far vacillare il primo di questi due pregiudizi dovrebbe bastare un’elementare evidenza, ossia la ben nota circostanza che se è vero e inoppugnabile che tutte le religioni, in quanto tentativi più o meno violenti di domare la belva umana, appartengono per molti aspetti alla storia universale della follia e dell’infamia, è non meno vero e inoppugnabile che alcuni di questi tentativi hanno prodotto, e in molti casi continuano a produrre, effetti più o meno terrificanti di altri. Occorre inoltre aggiungere – ed è una differenza certamente non da poco – che mentre le infamie di cui si sono macchiate alcune religioni sono state commesse nonostante il loro messaggio originario (vedi il caso del cristianesimo, i cui misfatti storici non derivano certo dagli insegnamenti del Nuovo Testamento), quelle di cui si macchiarono, e continuano a macchiarsi, tante altre fedi, furono e sono invece autorizzate proprio dall’insegnamento dei loro fondatori (vedi il caso dell’islamismo, le atrocità del quale sono quasi tutte perfettamente conformi agli insegnamenti del Corano).

A demolire l’altro pregiudizio dovrebbe bastare un’altra inoppugnabile evidenza storica. Mi riferisco al fatto ben noto che la natura rigorosamente laica delle diverse dottrine che negli ultimi due secoli hanno potentemente contribuito alla nascita del moderno spirito europeo non è riuscita a impedire che questo spirito si esprimesse, in rebus politicis, nella creazione di alcuni dei regimi più fanatici, settari, criminali, terroristici e totalitari della storia umana.
    Dal che sembra doversi dedurre che la cultura cosiddetta laica, lungi dall’essere, come essa ama immaginare, il solo valido antidoto al virus fondamentalista, ha dimostrato da un pezzo di essere all’occorrenza capacissima di generare mostri (il grande terrore giacobino, il gulag sovietico e il lager nazista) più voraci di quelli partoriti dalle fedi che intendevano annientare.

Queste elementari evidenze dovrebbero incoraggiare anche noi miscredenti a smetterla di immaginare che soltanto le religioni confessionali siano capaci di raccontare fandonie, incoraggiare illusioni e fomentare fondamentalismi. Dovrebbero anzi istigarci a sospettare che negli ultimi due secoli la cultura laica e progressista ha dimostrato di essere anch’essa una straordinaria produttrice di chimere annunciatrici di fondamentalismi e terrorismi. Si tratta di tutte quelle entità (Classe, Razza, Nazione, Partito, Stato, Storia, Ragione, Scienza, Capitale, Tecnica, Sesso, Progresso e simili) con cui la cultura laica, dopo aver preteso di aver liquidato una volta per sempre l’Innominabile, ha di volta in volta cercato di sostituirLo con qualche nominabilissimo Idolo.

Lasciatemi infine confessare che mentre l’occidente è alle prese con gli effetti devastanti del cosiddetto risveglio islamico, il proposito di sottolineare le analogie fra le diverse forze fondamentaliste in campo, e per ciò stesso, implicitamente, fra il discorso giudaico-cristiano e quello maomettano, mi sembra un inesplicabile sintomo di miopia politica, se non addirittura di assoluta cecità storica. Oggi non le analogie fra le tre religioni del Libro, bensì l’abissale differenza fra di esse urge al contrario sottolineare. Anche e soprattutto perché la più rigorosa condanna del più ripugnante articolo di fede del terrorismo islamista – la sua concezione del martirio – non è affatto racchiusa nella cultura laica, che della differenza fra santità ed empietà sa nulla, bensì proprio nella dottrina cristiana.

Ragion per cui, anziché stuzzicare la chiesa tornando ad accusarla di pretese neo-teocratiche, converrebbe piuttosto sfruculiarla chiedendole perché mai né questo Papa né il suo predecessore hanno avvertito il bisogno di emanare su questo un’enciclica all’altezza della straordinaria gravità che esso ha assunto oggi.

Per la chiesa, all’alba di un secolo ormai sfregiato per sempre dalle imprese del terrorismo islamista, non dovrebb’esserci, infatti, compito più urgente della lotta contro l’empia concezione del “martirio” che fomenta lo stragismo suicidario. Certo la chiesa, su questo argomento, ha già detto tutto fin dai tempi in cui l’autore dell’Apocalisse, definendo Cristo “il testimone fedele”, decretò implicitamente che “martirio” vuol dire affrontare la propria morte (non quella altrui) per “testimoniare la fede”.

Ora però che va molto di moda, fra i nostri cugini maomettani, quell’orribile idea di “martirio” che consiste nel votarsi simultaneamente al suicidio e al massacro, non sarà forse il caso di proclamare alto e forte che non si tratta di martiri bensì di indemoniati? Si dice che la chiesa esiti a farlo per evitare che la collera di Allah si abbatta sui suoi figli, specialmente su quelli sparsi nel mondo islamico. Ma esitare a condannare apertamente come diabolica una così aberrante concezione del “martirio” non comporta la tacita rinuncia a testimoniare la propria? Mai come in questo caso sarebbe comunque opportuno che la chiesa tornasse a parlare del diavolo. Potrebbe farlo del tutto legittimamente, visto che non ne ha ancora mai negato l’esistenza.

Anzi negli ultimi tempi ne ha spesso evocato il potere per segnalare insidie molto meno manifestamente demoniache del “martirio” in salsa maomettana. O si preferisce pensare che quella pratica ributtante che è la produzione in serie di angioletti-bomba programmati fin dall’infanzia per volarsene al più presto nel paradiso di Allah facendosi saltare in aria con un bel grappolo di infedeli non sia abbastanza infernale per meritare un’enciclica che vi riconosca l’opera del demonio? Ancora uno sforzo, amici laici, se volete essere davvero antifondamentalisti: esortate Benedetto XVI a emettere un’enciclica intitolata “Del vero e del falso martirio”.


(*) Ruggero Guarini è nato a Napoli nel 1931 e vive a Roma dal 1958. Entrato a diciotto anni nel Pci, ne uscì dopo i fatti di Ungheria. Ha sempre lavorato nei giornali. Ha scritto i romanzi Parodia, 1973; Yao, 1995; una traduzione del Cunto de li cunti di Basile (Il racconto dei racconti, 1994); un Breve corso di morale laica, 1987; il pamphlet Compagni ancora uno sforzo, dimenticare Togliatti, 1989; alcune raccolte di articoli e saggi (Punto e a capo, 1977; Il pensiero quotidiano, 1993; Questo sì, quello no, 1994); il poemetto Quando bisbiglio la parola Dio, 1991; un librettino di versi, Un pizzico sulla mano, 2006.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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