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Sarà più catastrofico attaccare l’Iran o non attaccarlo? La risposta di François Heisbourg, presidente dell’Istituto internazionale per gli studi strategici di Londra e consigliere della Fondazione per la ricerca strategica di Parigi, è che un raid aereo sulla repubblica islamica sarebbe meno nefasto dell’eventualità che l’Iran entri in possesso della bomba atomica. «Bisogna fare tutto il possibile per evitare lo scontro» osserva nel suo libro Iran, la choix des armes? (Iran, la scelta delle armi?) appena uscito in Francia «ma ci sono momenti nei quali la rinuncia all’uso della forza rischia di avere conseguenze peggiori dell’intervento armato». Un’opzione che il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ha in qualche modo fatto propria affermando: «Il mondo si prepari alla guerra in Iran».

Da un punto di vista puramente tecnico, spiega Heisbourg, gli ayatollah sono in grado di ottenere l’ordigno nucleare entro il 2010. Quello che rimane da chiarire è come giocheranno la partita diplomatica. L’esperto delinea tre esiti possibili della crisi nucleare: la piena collaborazione dell’Iran con la comunità internazionale; il compromesso-catastrofe e l’attacco.

«L’Iran potrà accontentarsi di aver dimostrato di possedere le conoscenze necessarie a fabbricare la bomba senza, però, metterle in pratica» ammette l’analista. La decisione spianerebbe la strada a una sorta di accordo di Yalta tra Teheran e Washington, consacrando la repubblica islamica come potenza dominante del Golfo, votata alla non proliferazione nucleare.

«A Teheran le condizioni per una scelta tanto radicale, come quelle di arrivare a una transazione con l’Occidente, non esistono» aggiunge Heisbourg. «Ci sono troppi centri di potere in concorrenza tra loro». I guardiani della rivoluzione hanno un ruolo fondamentale in campo militare e «non sappiamo fino a che punto siano coinvolti nel programma atomico» dice «ma saranno sicuramente loro a condurre il gioco se si arriva al confronto». Inoltre la guida suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad «cacciano nella stessa riserva» ovvero si contendono la scena politica ricorrendo entrambi a toni estremistici. «Quando Mao decise lo storico incontro con il presidente americano Richard Nixon aveva già eliminato il suo più diretto concorrente. Non è così oggi in Iran» ricorda Heisbourg, propenso a credere che neppure il malcontento della società civile, stremata dalle difficili condizioni economiche, costituisca un elemento a favore della soluzione negoziale. «È più probabile che il regime chiami a una mobilitazione patriottica, simile a quella che seguì l’attacco da parte dell’Iraq nel 1980».

L’ipotesi Yalta sembra difficilissima anche vista dall’America. «Non ci si può attendere una grande capacità d’iniziativa da un’amministrazione come quella di George Bush, nel pieno della débâcle irachena» commenta Heisbourg. «In un altro momento il superamento della soglia nucleare da parte dell’Iran si sarebbe potuto gestire come è stato fatto con la Corea del Nord, combinando misure politiche a sanzioni economiche. Con la garanzia difensiva che gli Stati Uniti, nel caso di Pyongyang, hanno assicurato agli alleati della regione, Corea del Sud e Giappone». Queste condizioni non esistono più nel Golfo Persico, afferma Heisbourg, a causa dell’esito disastroso dell’avventura in Iraq. «La rinuncia a colpire l’Iran non sarebbe interpretata come una dimostrazione della forza tranquilla di Washington, ma come debolezza strategica di un’America umiliata». Se una distensione con Teheran sarà mai possibile, dunque, non potrà che avvenire con il prossimo inquilino della Casa Bianca, a partire dal 2009. Allora, potrebbe essere troppo tardi, nota lo studioso francese.

Lasciare che l’Iran entri nel club dei possessori della bomba atomica, senza interventi preventivi, come prevede il secondo scenario, avrebbe esiti drammatici. Dopo l’Arabia Saudita, che potrebbe già avere ottenuto tecnologia nucleare dal Pakistan in cambio di aiuti petroliferi, anche l’Egitto e la Turchia si lancerebbero nell’arricchimento dell’uranio. «Entro il 2020 la regione a più alta conflittualità del mondo sarebbe scossa da tensioni nucleari» scrive Heisbourg. «L’Iran capirebbe di aver ottenuto una vittoria di Pirro e i pasdaran potrebbero usare gli ordigni». Il regime avvertirebbe la necessità di riaffermare la propria posizione nella regione, ma nel paese si aprirebbe uno scontro feroce, prevede Heisbourg, sanabile soltanto con un colpo decisivo al «Satana sionista»: Israele subirebbe un attacco atomico.

Se Bush, invece, decidesse di fermare Ahmadinejad bombardando l’accesso al sito nucleare di Natanz, dove si trovano le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, le basi aeree e i sistemi di telecomunicazione iraniani, le conseguenze sarebbero certo gravi, ma nel breve termine meno catastrofiche di quanto si possa supporre, sostiene Heisbourg: «L’Iran risponderebbe attaccando le installazioni petrolifere saudite e bloccando lo stretto di Hormuz. Il prezzo del greggio si infiammerebbe, arrivando a toccare i 200 dollari al barile, ma entro un paio di settimane i mercati si calmerebbero e la marina Usa riprenderebbe il controllo del Golfo».

Nella partita con Teheran non è ancora accaduto nulla di irreversibile, il Consiglio di sicurezza dell’Onu deve inasprire le sanzioni cercando di favorire un’evoluzione positiva della crisi, puntualizza Heisbourg, «ma nei prossimi mesi, l’irreparabile accadrà» aggiunge. Il 2008 sarà l’anno del bivio: andare alla guerra o accettare la deriva nucleare in Medio Oriente. «Gli europei non devono considerare l’ipotesi dell’attacco americano all’Iran alla stregua della rischiosa avventura irachena. Qui non siamo di fronte a una minaccia gonfiata» conclude Heisbourg. «La politica dell’Europa deve ispirarsi ai suoi valori e ai suoi interessi vitali. La non proliferazione delle armi nucleari è al cuore di entrambi».

www.iiss.org (Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra)

www.frstrategie.org (Fondazione per la Ricerca Strategica di Parigi)

www.iaea.org (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – Onu)

www.gcsp.ch (Centro per la Politica della Sicurezza di Ginevra)