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Panorama 27/09/2007 - Primo Piano
USA-IRAN Prove di guerra
Marco De Martino
TUTTI CONTRO TEHERAN Strane missioni dei jet israeliani. Una potente squadra navale in rotta per il Golfo Persico: l’America mostra i muscoli. Siamo alla vigilia di un vero conflitto? La risposta arriverà dall’Iraq.
La prossima guerra americana è già cominciata, ma George W. Bush è stato informato della cosa solo poche ore prima dell’attacco. La comunicazione è arrivata nella notte del 6 settembre da Tel Aviv mentre otto F15 e F16 israeliani attrezzati con missili Maverick e bombe da 250 chili stavano per decollare con la missione di violare i cieli della Siria. Sopra di loro un aereo spia coordinava quella che in codice era stata chiamata «Operazione frutteto», ma che in realtà era la prova generale di un attacco ben più massiccio contro i centri nevralgici del programma atomico iraniano. Non è ancora chiaro se nel centro agricolo siriano colpito dai jet con la stella di Davide esistesse veramente materiale nucleare di provenienza nordcoreana, come sostengono fonti di intelligence americana, o solo armi convenzionali destinate agli hezbollah in Libano. Ma quello che è certo è l’obiettivo principale della manovra: mettere alla prova le nuove batterie antiaeree Panzir S1 che Siria e Iran hanno comprato di recente dalla Russia. Dopo vari passaggi a diverse altitudini dei jet, i generali israeliani hanno concluso che l’intero sistema di difesa elettronico utilizzato da siriani e iraniani può essere neutralizzato. Un fattore decisivo, che è stato integrato nei piani militari già pronti per l’attacco a Teheran.

Che un intervento sia inevitabile prima del 2009, quando secondo le informazioni più accreditate potrebbe essere pronta la prima bomba atomica degli ayatollah, a Washington è sempre più chiaro. Lo si capisce nei corridoi del Congresso, dove anche i senatori delle commissioni Intelligence e Difesa sono esclusi dalle informazioni cruciali sulla situazione. Centralizzata dallo staff del vicepresidente Dick Cheney, l’intelligence di provenienza americana e israeliana viene condivisa solo da un ristretto gruppo di esponenti dell’amministrazione che, oltre al presidente Bush, comprende il segretario di Stato Condoleezza Rice, il segretario della Difesa Robert Gates e il consigliere per la Sicurezza nazionale Stephen Hadley. Tuttora divisi sull’opportunità di un intervento militare, di recente tutti i componenti del gruppo si sono riallineati sull’inefficacia di una campagna diplomatica che non riesce a fermare l’installazione delle centrifughe che arricchiscono uranio nelle centrali segrete iraniane.

È per questo che, mentre cercano di fare passare all’Onu una terza risoluzione che stringa la vite delle sanzioni, gli americani stanno ventilando l’ipotesi di altre restrizioni prese al di fuori del Palazzo di vetro, unilateralmente e insieme con i paesi dell’Unione Europea. Dopo avere bocciato la proposta di mediazione del presidente dell’agenzia atomica internazionale Mohammed El Baradei, gli americani puntano sulla Francia come testa di ponte per nuove sanzioni economiche da parte degli europei. È in questo senso che vanno interpretate le dichiarazioni di Nicolas Sarkozy e soprattutto del ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner che, mentre chiede ad aziende francesi come Renault e Total di fermare nuovi investimenti in Iran, sta esercitando pressioni sul più riluttante governo tedesco perché faccia altrettanto.

In contemporanea a Washington si prepara il dossier di intelligence che dovrà giustificare un eventuale intervento armato. Ma dopo il precedente iracheno gli americani sanno di non potere puntare solo sulle poche informazioni, nessuna delle quali di prima mano, sull’avanzamento del programma nucleare iraniano. E non basterà neppure invocare il preoccupante profilo psicologico del presidente Mahmoud Ahmadinejad che, mentre continua a evocare la fine dello stato di Israele, ora ha aggiunto al suo repertorio retorico la minaccia di condividere le risorse nucleari iraniane con tutti i nemici dell’Occidente. «Molto più convincente per l’opinione pubblica americana è la quantità di prove che si stanno accumulando sulla guerra contro gli Stati Uniti che gli iraniani stanno già combattendo in Iraq e Afghanistan» spiega a Panorama Vali Nasr, autorevole esperto di questioni islamiche al Council on foreign relations di New York, autore del saggio La rivincita sciita (Università Bocconi editore).

Fabbricate nel sud dell’Iran sono le bombe di strada sempre più sofisticate che ormai uccidono la maggior parte dei soldati americani in Iraq e i missili che piovono sulla zona verde di Baghdad. E la spia iraniana trovata tra una dozzina di terroristi uccisi dagli americani a Samarra (c’era anche un importante leader di Al Qaeda) porta anche a pensare che pur di sconfiggere gli Stati Uniti gli uomini di Teheran siano disposti a collaborare con nemici storici come i sunniti. Accade lo stesso in Afghanistan, dove armi di fabbricazione iraniana sono state trovate in mano ai talebani, che pure in passato avevano ucciso vari agenti segreti iraniani.

«La maggior parte degli americani non capisce che gli iraniani ci attaccano in continuazione da circa trent’anni» dice riferendosi alle attività di Hezbollah in Libano negli anni Ottanta il politologo Michael Ledeen, che ha appena pubblicato un libro dal titolo "The iranian time bomb" (La bomba a orologeria iraniana), molto discusso in questi giorni a Washington. Secondo lui l’unica soluzione è un cambio di regime a Teheran, ma per raggiungere l’obiettivo la strada migliore non è quella della guerra, ma l’aiuto all’opposizione nel paese. «L’errore americano è stato considerare quella contro l’Iraq una guerra isolata: la verità è che sin dall’inizio si trattava di un conflitto regionale. Eppure ancora adesso non abbiamo una strategia contro Iran e Siria».

La strategia degli ayatollah invece è chiara: «La repubblica islamica punta a costruire un asse sciita che da Teheran passa per Baghdad e Damasco, corre lungo il Libano del Sud e arriva ad Hamas in Palestina» spiega Sultan Hattab, commentatore giordano. Per contrastare questo disegno, se la diplomazia non basterà, agli americani non resterà che puntare sulla carta militare. I casus belli in Iraq e Afghanistan non mancano. E a fine settembre alla portaerei Enterprise, già presente nel Golfo Persico, si uniranno la Nimitz e la Truman. La squadra navale che accompagna quest’ultima è composta da 12 navi e sottomarini, di cui uno nucleare, con 7.600 soldati, più otto squadroni di jet, bombardieri e aerei spia. Il loro motto è: «Spediamoli all’inferno».