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"Osama vuole dominare il mondo"

di Fausto Biloslavo - Il Giornale n. 213 del 2007-09-09

Intervista a Madawi Al Rasheed. Per l’esperta di fondamentalismo wahabita, lo sceicco intende imporre l’islam come religione unica del pianeta. Scopo del messaggio era anche dimostrare la sua sopravvivenza

da Londra – «Osama bin Laden vuole imporre l’Islam al mondo intero e con il nuovo video intendeva dimostrare che è ancora vivo. Ma ha raggiunto il suo picco e sta cominciando a scivolare verso il declino». Lo sostiene Madawi Al Rasheed, docente del King’s college di Londra, commentando il messaggio dello sceicco del terrore. Proprio in questi giorni ha organizzato a Londra un convegno sull’Arabia Saudita, «Regno senza frontiere», in cui si è parlato a lungo di al Qaida e di Bin Laden. L’esperta del fondamentalismo wahabita fa parte di una delle antiche famiglie beduine che controllavano la zona di Riad ai tempi dell’unificazione sotto la monarchia dei Saud.

Cosa pensa del nuovo video di Osama?

«L’aspetto più interessante è che si tratta del primo video dal 2004. Se non risulterà fabbricato, come mi sembra che abbiano confermato gli americani, dimostra che Bin Laden è vivo».

Nel video vengono citati l’effetto serra, la fame in Africa e addirittura Noam Chomsky. Osama sta diventando un predicatore no global?

«In realtà non è un cambiamento. Ho letto tutti i suoi discorsi e Bin Laden utilizza spesso la tecnica di mescolare le credenze islamiche con le tendenze moderne e le citazioni di scrittori o intellettuali occidentali. Si tratta di un tipico discorso di al Qaida».

Cosa pensa dell’appello agli americani perché si convertano all’Islam, altrimenti moriranno?

«Bin Laden crede fermamente nell’egemonia dell’Islam. Un sistema che reputa superiore politicamente, moralmente ed economicamente al capitalismo, al comunismo, a qualsiasi altro sistema. La sua richiesta di conversione dimostra come l’Islam deve diventare la religione dominante nel mondo intero. Molti non capiscono che Bin Laden non vuole solo “liberare” i Paesi islamici, ma il suo obiettivo è far diventare la parola di Allah l’unica al mondo».

Cosa pensa del nuovo riferimento alle tasse? In pratica se gli occidentali abbracciano l’Islam pagheranno meno imposte…

«Probabilmente Bin Laden fa riferimento a uno dei pilastri dell’Islam, che si chiama zakat. Tutti i musulmani devono versare una percentuale dei loro capitali in carità. Penso che Bin Laden voglia dire che la zakat è inferiore a qualsiasi livello di tassazione occidentale essendo il 2,5% del proprio capitale. Inoltre deriva dalla volontà di Allah e quindi è una tassa giusta, mentre le altre imposte sono stabilite dagli uomini per i loro interessi politici».

Perché assieme al nemico di sempre, l’americano George W. Bush, nomina anche i nuovi leader appena saliti al potere, come il primo ministro inglese Gordon Brown e il presidente francese Nicolas Sarkozy?
«Bin Laden vuole dimostrare che è “connesso” al resto del mondo, magari via internet, e segue tutti gli avvenimenti importanti. Inoltre il significato di nominarli uno dietro l’altro è che per lui sono sullo stesso piano. Anche se il video fosse fabbricato, ma non lo credo, il messaggio è che Osama bin Laden e al Qaida rimangono una minaccia per tutti, da Bush a Sarkozy».

Sull’Irak e altre zone calde sembra che lo sceicco del terrore non dica nulla di nuovo…

«Nella versione in arabo del discorso, trasmesso da Al Jazeera, Bin Laden condanna le violenze fra sciiti e sunniti in Irak, incolpando però gli americani (e non il suo ex luogotenente Abu Musa Al Zarqawi che fu il primo a mandare i kamikaze nelle moschee sciite, nda). Infine sostiene di non vedere alcuna differenza fra l’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’occupazione americana dell’Irak».

Il video è apparso pochi giorni prima del sesto anniversario dell’attacco agli Stati uniti del 2001. Bin Laden è ancora il capo indiscusso di al Qaida?

«Il nuovo video non appare come una glorificazione dell’11 settembre, ma penso che Bin Laden abbia raggiunto il suo picco e stia cominciando a scivolare verso il declino».

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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