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La Cina sta preparando un attacco informatico contro le portaerei Usa

di Andrea Nativi - Il Giornale n. 213 del 2007-09-09

Migliaia di hacker assoldati per neutralizzate i sistemi d’arma e le comunicazioni dei gruppi navali americani.ran Bretagna e Francia denunciano incursioni di Pechino sulle reti governative e militari

Un attacco elettronico e informatico per paralizzare i gruppi da battaglia della Marina americana basati su navi portaerei. È questo uno dei più ambiziosi obiettivi delle unità di guerra informatica delle Forze armate cinesi.
Pochi giorni fa è emerso che la Cina ha lanciato una serie di massicci attacchi contro le reti di computer del Pentagono, e ieri il Times londinese ha raccontato un nuovo capitolo della silenziosa guerra informatica che vede coinvolte tutti i Paesi più avanzati, sia nel ruolo di vittime sia in quello di attaccanti. A lamentarsi degli spudorati attacchi cinesi sono Usa, Germania, Gran Bretagna. Nel mirino reti governative, militari, industriali. Ieri anche la Francia ha ammesso di subire l’offensiva informatica di Pechino, ma visto i buoni rapporti con la Cina, anche militari, Parigi non ha puntato il dito direttamente sul governo cinese.

La nuova sfida, l’assalto alle portaerei, è raccontata in uno studio dell’Army War College statunitense: due ufficiali dell’Aeronautica cinese, Sun Yuming e Yang Liping, hanno messo a punto un piano dettagliato che prevede una serie di azioni di guerra elettronica e informatica per neutralizzare le capacità di comando e controllo e comunicazione dei battle groups navali americani. Si otterrebbe così un duplice risultato: da un lato ostacolare le operazioni offensive delle portaerei, che avrebbero problemi a ricevere e trasmettere dati, ordini e informazioni e a controllare aerei e missili, e dall’altro rendere più vulnerabile la formazione navale a un attacco… cinetico, condotto dalle forze cinesi, gruppi navali e forze aeree basate a terra.

L’Esercito di liberazione popolare da sempre ha le portaerei Usa nel mirino, perché sono formidabili strumenti di proiezione di potenza, difficili da localizzare e ben protetti. La Marina cinese vede bloccate le sue ambizioni di operare in alto mare dalla presenza della 7ª Flotta statunitense, mentre qualunque offensiva aeronavale contro Taiwan è condizionata dal possibile intervento delle portaerei Usa.

È evidente che gli americani non stanno con le mani in mano e dedicano risorse immense proprio a potenziare le proprie difese informatiche ed elettroniche e al tempo stesso sono all’avanguardia nella guerra offensiva e difensiva elettronica e informatica. Tuttavia la Cina opera, come sempre, sui tempi lunghi, e si è prefissata l’obiettivo di conquistare una supremazia informatica entro il 2050 su tutti i possibili avversari, quali Usa, Russia, Corea del Sud e Giappone.

La guerra informatica ed elettronica costituirebbe il vero e proprio attacco preventivo stile Pearl Harbour sferrato contro l’avversario e i bersagli non sarebbero solo militari: nel mirino ci sono le reti di comunicazioni, le infrastrutture di distribuzione dell’energia, il sistema finanziario e bancario. Uno scenario già descritto da tanti autori di tecno-thriller, ma la realtà è probabilmente ancora peggiore. Perché se le reti informatiche militari sono protette, ridondanti, indipendenti (il Pentagono usa oltre 5 milioni di computer e 100.000 reti in 65 Paesi) quelle civili sono molto meno sicure.

La Cina poi utilizza i suoi hacker anche a fini di spionaggio: vere e proprie competizioni vengono indette regolarmente per selezionare i giovani più dotati e questi vengono poi convogliati presso società di copertura che cercano di ottenere illegalmente un po’ di tutto, comprese informazioni tecniche sui più sofisticati sistemi d’arma occidentali, violando le reti informatiche delle principali società aerospaziali e della difesa, nonché quelle di enti di ricerca scientifica e militari. E se non si ha successo negli Usa si punta a un alleato più debole: è il caso dei segreti del sistema navale Aegis, che i cinesi hanno ottenuto in Giappone, uno tra i pochi partner a cui è stato concesso di acquistare e addirittura collaborare allo sviluppo della versione antimissile, il più sofisticato gioiello della Marina statunitense. Ma in questo caso i cinesi hanno usato anche una soluzione più tradizionale: la moglie di origine cinese di un ufficiale giapponese.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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