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Medioriente, la Siria denuncia: "Attaccati da caccia israeliani"

di Redazione - Il Giornale n. 210 del 06-09-2007

Damasco accusa: "Caccia di Israele hanno bombardato una zona disabitata del nostro Paese". La risposta di Gerusalemme: "No comment". I due Stati sono formalmente ancora in guerra dal '67

Damasco - I caccia israeliani che avrebbero violato oggi lo spazio aereo siriano, per essere poi costretti a ritirarsi di fronte alla reazione della difesa aerea, prima di invertire la rotta avrebbero "sganciato bombe" contro non meglio precisati bersagli, seppure "senza causare perdite di vite umane o danni materiali": lo ha denunciato all’agenzia di stampa ufficiale Sana un portavoce militare di Damasco, secondo cui "aerei del nemico israeliano sono penetrati nello spazio aereo nazionale dal mar Mediterraneo, avanzando in direzione nord-est e superando la barriera del suono". Il presunto sconfinamento risalirebbe alla mezzanotte scorsa ora locale, intorno alle 23 di ieri in Italia.

Risposta di Damasco "La Repubblica Araba di Siria mette in guardia il governo del nemico israeliano contro qualsiasi azione aggressiva del genere, e si riserva il diritto di rispondere in qualunque maniera reputi adeguata", ha aggiunto il portavoce. All’emittente televisiva satellitare panaraba al-Jazeera un membro del governo, Boussaina Shaaban, ha peraltro dichiarato che non è al momento possibile stabilire se i velivoli dello Stato ebraico abbiamo davvero portato a termine un vero e proprio attacco. "Sono penetrati nel nostro spazio aereo, ed è una cosa che non debbono fare", si è limitato a osservare Shaaban, ministro per gli Espatriati. "Siamo uno Stato sovrano, non debbono entrare nei nostri cieli. Ancora non sappiamo", ha peraltro ammesso subito dopo, se realmente siano stati lanciati ordigni. "Le indagini sul terreno sono ancora in corso", ha soltanto aggiunto il ministro siriano.

No comment di Gerusalemme No comment su tutta la linea in Israele: "Non siamo assolutamente a conoscenza di nulla di simile», ha tagliato corto una portavoce dell’esercito a Tel Aviv. "Stiamo verificando. Per adesso, non confermiamo né smentiamo", ha tagliato corto una sua collega. "Non è nostra consuetudinne replicare a questo genere di indiscrezioni". Damasco e lo Stato ebraico tecnicamente sono ancora in guerra tra loro; i negoziati di pace si ruppero bruscamente nel 2000 sull’irrisolta questione delle alture del Golan, occupate da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni nel ’67, e quindi annesse unilateralmente.

Damasco: valutiamo risposta all'attacco La Siria sta valutando la sua risposta all’«attacco». È quanto ha dichiarato il ministro dell’Informazione siriano, Mohsen Bilal. «La Siria rivendica il diritto di determinata la qualità, il tipo e la natura del nostra risposta all’attacco israeliano - ha detto Bilal ad al Jazeera - la leadership siriana sta valutando attentamente questa risposta».

Aviazione di Tel Aviv in stato di allerta In seguito alle notizie di fonte siriana su un’ asserita penetrazione di aerei israeliani in Siria la scorsa notte, l’ aviazione israeliana è stata posta oggi in stato di allerta, sono state annullate tutte le licenze e riservisti sono stati richiamati in servizio, secondo il sito israeliano di intelligence, Debka. La notizia non ha conferma da nessun’altra fonte. Il portavoce militare, interpellato dall’ Ansa, ha detto che verificherà la notizia. In precedenza aveva replicato con un no comment alle notizie dalla Siria sulla violazione del suo spazio aereo.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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