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«Guai a chi osa sfidare la Russia su Scudo spaziale e Kossovo»
di Marcello Foa - Il Giornale n. 208 del 04-09-2007
 

«Il mondo sappia che la Russia ha tracciato delle linee rosse. E che nessuno può pensare di travalicarle». Parola del capo della diplomazia del Cremlino, Sergei Lavrov, che ieri ha lanciato un nuovo duro avvertimento agli Stati Uniti, inaugurando l’anno accademico dell’Istituto di relazioni internazionali di Mosca. La circostanza è solenne e tradizionalmente viene sfruttata dal ministro degli Esteri per tracciare le priorità strategiche. A giudicare dal suo discorso i prossimi dodici mesi non promettono nulla di buono; anche perché proprio in queste ore il governo russo ha annunciato lo spiegamento di una nuova generazione di missili balistici intercontinentali e il via a una nuova imponente esercitazione aerea.
Washington si illude se pensa di poter ricondurre la Russia a più miti consigli. Al contrario, il Cremlino appare più determinato che mai. «Esistono delle linee rosse, che rappresentano una reale minaccia alla nostra sicurezza o all’ordine internazionale - ha detto Lavrov - Tra queste ci sono i progetti di installazione di basi antimissilistiche in Europa centrale e la questione del Kosovo». No, dunque, sia allo scudo spaziale sia all’indipendenza del protettorato a maggioranza albanese, che Mosca vuole rimanga parte integrante della Serbia.
«Noi non mercanteggiamo - ha tuonato il capo della diplomazia - non facciamo commercio di buoi e i nostri partner lo devono capire». Riferendosi agli Usa e in parte all’Unione europea ha osservato che «c’è chi è preoccupato per la nostra rapida rinascita come uno degli Stati-guida del mondo, ma non bisogna reinventare di sana pianta un’altra volta il vecchio mito della minaccia russa». Già perché Mosca intende proseguire «la linea mantenuta negli ultimi 300 anni, durante i quali si è assunta una buona parte del fardello nel mantenere l’equilibrio in Europa e nel mondo». Putin ritiene di guidare una potenza di pace, ed è persuaso che la crescita di Cina e India «richieda un nuovo criterio per gestire il mondo», ovvero «una leadership collettiva». Come dire: è tramontata l’era del dominio di una sola superpotenza. Non per questo, però, la nuova coalizione deve essere antiamericana. Anzi, Mosca intende proporsi come ponte tra il vecchio «ordine euroatlantico e le potenze emergenti». Ed è sempre disposta a trattare con gli Stati Uniti a condizione che il suo ruolo e i suoi diritti vengano rispettati.
Nel frattempo, però, il Cremlino continua a mostrare i muscoli. A poche settimane dalla decisione di ripristinare i pattugliamenti a lungo raggio dei bombardieri strategici, ieri è stata annunciata un’esercitazione di 24 ore e durante la quale dodici bombardieri Tuplev 95-Mc voleranno sull’Artico e lanceranno missili da crociera.
Ma la notizia più importante risale al 1° settembre, sebbene abbia avuto poca visibilità sui media internazionali. A dicembre il Cremlino darà avvio alla seconda fase dello schieramento di missili intercontinentali balistici nell’ambito del programma di modernizzazione delle difese nucleari. «Il missile Topol-M fa parte della nuova generazione di armamenti e garantirà la sicurezza nazionale per i prossimi 20-30 anni», hanno spiegato fonti delle Forze armate citate dai media russi. Non si sa quanti ne verranno schierati, mentre si sa dove: la base scelta è quella di Teikovo, a circa 240 chilometri a nord-est di Mosca. Il Topol-M è lungo 22 metri ed è a testata singola; può essere lanciato da postazioni sia fisse che mobili.
Washington non ha reagito, ma non pare impressionata dal discorso di Lavrov e tantomeno dalle mosse militari di Putin. Fonti della Casa Bianca hanno lasciato intendere che l’accordo con il governo polacco è a portata di mano per l’installazione di una decina di missili antimissile. La Casa Bianca non intende rinunciare allo scudo spaziale. Muro contro muro. Chi prevarrà?
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Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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