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Usa, tre giorni di raid per la resa di Teheran
di Marcello Foa - Il Giornale del 03-09-2007

Venti di guerra dopo il flop dei negoziati sull’Irak. Il Pentagono ha definito l’obiettivo: distruggere l’esercito degli ayatollah. Ahmadinejad continua ad alzare i toni

Venti di guerra tra Stati Uniti e Iran. E questa volta la crisi pare davvero seria. Per tutto il 2007 i due Paesi hanno cercato di trovare una soluzione che, inevitabilmente, passava dall’Irak. E i toni si sono abbassati, da una parte e dall’altra: il presidente Ahmadinejad ha smesso di far notizia per le sue sparate ferocemente antiisraeliane, Bush ha ridimensionato l’allarme sul programma nucleare di Teheran. Ma nella seconda metà di agosto i colloqui segreti sono falliti. E la temperatura è salita bruscamente.
Nell’ultima settimana la Casa Bianca ha rilanciato l’allarme Iran, il regime degli ayatollah ha risposto a tono. E ieri il Sunday Times ha rivelato che il Pentagono ha elaborato piani militari per distruggere non solo le installazioni atomiche, ma tutte le forze armate iraniane. Secondo Alexis Debat, direttore della sezione terrorismo e sicurezza nazionale del centro studi Nixon center, in tre giorni verrebbero condotti attacchi ininterrotti e massicci contro 1.200 obiettivi militari sparsi in tutto il Paese. L’abbandono della strategia degli attacchi mirati, di cui si è molto parlato recentemente, viene spiegata con la necessità di prevenire la risposta di Teheran. O meglio: i generali Usa sono persuasi che la reazione militare del regime degli ayatollah sarebbe la stessa sia in caso di azioni chirurgiche sia di bombardamenti prolungati. Dunque ora ritengono che sia più sicuro condurre un’azione coordinata che preveda la distruzione di entrambi gli obiettivi: le installazioni atomiche e l’esercito iraniano.
Il Sunday Times non indica i tempi, ma scrive che c’è fermento nell’Amministrazione Usa e che Bush è molto arrabbiato con coloro che vogliono dare un’altra possibilità negoziale ad Ahmadinejahd e che dunque paiono propensi ad annacquare le sanzioni previste da una nuova risoluzione dell’Onu. «Sul Medio Oriente grava l’ombra dell’Olocausto nucleare», ha dichiarato pochi giorni fa il capo della Casa Bianca, avvertendo che bisogna affrontare Teheran «prima che sia troppo tardi». E l’annuncio della rinuncia alle atomiche da parte della Corea del Nord (entro il 2007) rafforzerebbe la determinazione degli Usa, che potrebbero così concentrarsi sul fronte mediorientale.
Ma l’Iran prosegue per la sua strada e lo stesso Ahmadinejad proprio ieri ha rivelato che i suoi scienziati hanno attivato la centrifuga numero tremila. Poi ha minacciato di rivedere la cooperazione con l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica (Aiea) se il Palazzo di Vetro approverà le nuove misure punitive. Dietro a questo nuovo, durissimo braccio di ferro la fine delle illusioni in Irak. Lontano dai riflettori dei media, esponenti di Washington e di Teheran si sono incontrati più volte negli ultimi mesi nel tentativo di trovare un’intesa che permettesse una gestione comune della guerra civile; ma ora il governo Usa non si fa più illusioni, soprattutto per l’incapacità del governo di Bagdad di gestire efficacemente il Paese. Era questo il presupposto dell’intesa, come sostiene il Centro studi strategici Stratfor, sempre ben informato per la sua vicinanza alla Cia. E, constatata l’inettitudine del premier iracheno al Maliki, l’Iran non ha più interesse ad accordarsi con la Casa Bianca. Al contrario, vede di buon occhio il prolungamento degli attentati nella speranza, fondata, che l’instabilità induca le truppe americane al ritiro. Secondo Stratfor si profila un cambiamento della strategia complessiva degli Usa. La priorità, nei prossimi mesi, verrebbe data non più al controllo di Bagdad, ma alla difesa dei regimi del Golfo, in particolare dell’Arabia Saudita, da eventuali mire espansionistiche iraniane. Gli Usa non abbandonerebbero del tutto l’Irak, ma creerebbero basi in zone poco abitate a sud e a ovest dell’Eufrate - in alternativa potrebbero potenziare quelle esistenti in Kuwait - allo scopo di beneficiare di una forza militare dissuasiva. Contenere l’Iran, insomma; sempre che nel frattempo un attacco non risolva il problema alla fonte.

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Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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