1

Anche 9 italiani tra gli espropriati nello Zimbabwe
di Fausto Biloslavo - Il Giornale n. 206 del 01-09-2007

Non ci sono solo i «colonialisti britannici» nel mirino di Robert Mugabe

Lo Zimbabwe di Robert Mugabe non si è accanito solo contro i proprietari terrieri dell’odiata Inghilterra, ma ha confiscato la terra anche agli italiani che possedevano vasti appezzamenti. Dei 14 proprietari terrieri italiani, 9 hanno subito l’esproprio e cinque resistono, ma i loro poderi «sono a rischio», come ammette il nostro ambasciatore a Harare. Non solo: i poveretti già defraudati attendono ancora un equo risarcimento stabilito da un accordo per la protezione degli investimenti firmato nel 1999 dall’allora ministro dell’Industria Pierluigi Bersani.
Il “compagno Bob”, come chiamavano il presidente-padrone dello Zimbabwe quando faceva il rivoluzionario marxista nella foresta, aveva lanciato la campagna di nazionalizzazione aizzando i veterani della guerra di liberazione. In pratica voleva indietro le terre dagli odiati coloni bianchi. Peccato, però, che quasi tutti i proprietari italiani “rapinati” avessero acquistato le terre dopo il 1980 quando la Rhodesia coloniale non esisteva più ed era già nato lo Zimbabwe.
«Le farm (fattorie con grandi appezzamenti di terra, nda) italiane erano 14, ma ne rimangono operative solo quattro che, pur incontrando problemi, per ora mantengono la proprietà. Un quinto farmer si trova già la proprietà mezza occupata - spiega a Il Giornale l’ambasciatore italiano nello Zimbabwe, Mario Bologna. Stiamo parlando di appezzamenti di 10mila ettari ciascuno -. Le altre nove proprietà terriere sono state confiscate senza alcuna compensazione nonostante il governo dello Zimbabwe abbia sempre detto di voler rispettare l’accordo sulla protezione degli investimenti con l’Italia», puntualizza il nostro diplomatico. Un accordo firmato da Bersani, ma che Harare non ha mai ratificato. Fra gli espropriati c’è anche il conte Tommaso Negri, un veterano dell’Africa. Originario di Oleggio, nel Novarese, è un nobile schivo e riservato, che possedeva ampi appezzamenti non distanti dalla frontiera con il Mozambico. L’assurdo è che oggi uno dei suoi terreni espropriati rimane inutilizzato.
«Le quattro proprietà rimaste agli italiani sono sempre a rischio. Il ministro della sicurezza e delle riforma agraria continua a sostenere che vuole espropriare tutte le terre ai bianchi» fa notare l’ambasciatore Bologna. Fra i sopravvissuti, che non vogliono apparire sulla stampa per timore di ritorsioni, almeno un paio hanno già ricevuto l’ordine di esproprio, come gran parte dei 480 proprietari terrieri bianchi ancora nello Zimbabwe. Il sistema non è più quello violento delle occupazioni da parte di squadracce legate allo Zanu pf, il partito unico al potere. Adesso vengono pubblicate direttamente sui giornali di regime le cosiddette “offer letter”, ovvero la confisca della proprietà a favore di gente del posto legata alla cricca di Mugabe. Ci sono stati casi di ministri, ambasciatori ed alti ufficiali, che si sono accaparrati a costo zero le migliori terre dei bianchi. Con la lettera di offerta i beneficiari si presentano alla polizia che li scorta sul terreno e caccia i proprietari. «Ad un italiano che ha una farm dove alleva animali selvatici per la caccia si sono presentai due beneficiari locali, uno dei quali ha portato il suo bestiame nella proprietà. Nel caso di un altro connazionale l’esproprio riguardava una parte dei terreni», racconta il diplomatico. Prima degli espropri e della grave crisi economica gli italiani erano arrivati a 1500, mentre ora sono ridotti ad 886.
Il regime di Mugabe ha espropriato 3500 coltivatori bianchi, viene accusato di sistematica violazione dei diritti umani e le elezioni che mantengono al potere l’ottuagenario presidente sono state fraudolente. L’Unione europea ha imposto dure sanzioni, compreso il divieto a rilasciare visti per 140 esponenti del regime, a cominciare dal capo dello stato. La presidenza portoghese dell’Unione europea, però, ha deciso che il vertice fra la Ue e l’Africa non è più rimandabile. Gli altri paesi africani non accettano l’invito se non viene esteso anche a Mugabe. Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema si è schierato con i portoghesi, mentre Inghilterra e Olanda non ne vorrebbero sapere. «Il vertice è già stato fissato l’8 e 9 dicembre a Lisbona – spiega l’ambasciatore Bologna –. La questione è ancora aperta, ma penso che si dovrà invitare anche Mugabe. L’Italia è favorevole alla sua partecipazione perché le relazioni con l’Africa non possono rimanere ostaggio del caso Zimbabwe».

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

Indietro