1

Irak, il capo degli insorti rompe con Al Qaida
di Fausto Biloslavo - Il Giornale del 23-08-2007

L’ultimo grande gerarca di Saddam ancora latitante, Izzat Ibrahim al Douri, che controlla una fetta degli insorti iracheni, avrebbe deciso di schierarsi contro Al Qaida e aprire trattative con il governo di Bagdad. La notizia apparsa sul giornale arabo Al Hayat viene resa nota il giorno in cui il presidente americano George W. Bush sostiene che il ritiro dall’Irak sarebbe un errore come quello dal Vietnam.
Abu Wisam al-Jashaami, uno dei dirigenti del partito Baath in clandestinità guidato da Al Douri, al potere per 30 anni durante il regime di Saddam, ha rilasciato un’importante dichiarazione alla stampa araba. «Al Douri ha deciso di porre fine al legame con Al Qaida e di aderire al programma di resistenza nazionale», che prevede la caccia ai terroristi islamici e l’apertura del dialogo con il governo di Bagdad.
In realtà Al Douri starebbe cercando di trattare il cambio di fronte direttamente con gli americani. Una prima conferma è la collaborazione fornita le scorse settimane dagli uomini del Baath, messo fuorilegge, nella cacciata di Al Qaida dalla provincia di Dyala e di alcuni quartieri sunniti della capitale.
Al Douri, 64 anni, dato più volte per morto, è il re di fiori del famoso mazzo di carte dei 55 ricercati dagli americani. Dopo il crollo del regime strinse un patto diabolico con Abu Musa Al Zarqawi, il defunto capo di Al Qaida in Irak, con l’obiettivo di dare filo da torcere agli americani. «In nome della guerra santa utilizzeremo tutte le risorse finanziarie e le armi per difendere la religione, il Paese e l’onore», avrebbero giurato l’ex numero due di Saddam. Probabilmente sono i rampolli dell’ex generale - Ahmad, Al Muqdad e Ibrahim - a guidare gli insorti del Baath sul terreno. «Gli occhi e le orecchie di Saddam», come lo chiamavano quando aveva il potere assoluto, ha da tempo problemi di salute.
L’abbandono del patto con Al Qaida, se verrà confermato, è una svolta importante. Una svolta che riflette il cambiamento di fronte di molti sceicchi del triangolo sunnita e in particolare della provincia occidentale di Al Anbar, grande come metà dell’Italia, dove i terroristi stranieri di Al Qaida la facevano da padroni. Majid Abdel Razzaq al Alì Suleiman, capo della più importante tribù di Ramadi, ha spiegato che gli sceicchi hanno dichiarato guerra ad Al Qaida «dopo aver visto le autobomba che colpivano i civili, gli studenti, gli ulema, gli ospedali. Questa non è resistenza».
Adesso tra le forze di sicurezza delle zone sunnite gli americani hanno reclutato i membri delle tribù locali. Nella provincia di Al Anbar gli attacchi contro i marines erano 1.300 nel mese d’ottobre dello scorso anno. A giugno sono scesi a 250. Gli sceicchi hanno fondato l’«Anbar salvation council», guidato da Abdul Sultan al Rishawi. I jihadisti lo hanno bollato in un video come «il cane di Anbar». Anche a Falluja, Baquba, Tikrit, i capisaldi del terrore, gli stessi insorti delle fazioni più nazionaliste e moderate, come le Brigate della rivoluzione del 1920, aiutano gli americani a dare la caccia ai terroristi di Al Qaida. Il salutare voltafaccia di Al Douri va in questa direzione.
Ieri il presidente americano, parlando davanti ai veterani di guerra a Kansas City, ha fatto capire che il ritiro dall’Irak potrebbe portare alle sofferenze scatenate da quello dal Vietnam. «Il prezzo» del ritiro americano dal Vietnam «fu pagato da milioni di innocenti cittadini, la cui tragedia ha aggiunto al nostro vocabolario termini come boat people, campi di rieducazione, killing fields», ha dichiarato Bush. «Molti dissero che ritirandoci non ci sarebbero state conseguenze per il popolo vietnamita. L’opinione pubblica mondiale - ha detto il presidente - avrebbe capito in seguito quanto cara sarebbe stata pagata quella valutazione sbagliata. In Cambogia i khmer rossi instaurarono un regime sanguinario che portò alla morte di centinaia di migliaia di cambogiani, uccisi da fame, torture ed esecuzioni».
In Vietnam, ha proseguito Bush, «funzionari del governo, intellettuali e uomini d’affari, ex alleati degli Stati Uniti, furono spediti nei campi di prigionia, dove decine di migliaia di loro morirono, mentre altre centinaia di migliaia abbandonarono il Paese su imbarcazioni di fortuna».

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

Indietro