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Bush pensa all'Iraq: «Fu un errore ritirarsi dal Vietnam, pagarono milioni di innocenti»

Sole 24 Ore 22 agosto 2007

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha rievocato la più controversa delle guerre americane, il Vietnam, per difendere l'impegno in Iraq dalla «tentazione» del ritiro, che «avrebbe conseguenze devastanti», come del resto è accaduto trent'anni fa in Indocina. Se gli Stati Uniti abbandonassero gli iracheni al loro destino, ha detto Bush, parlando alla platea amica dei veterani delle guerre straniere, i terroristi ne uscirebbero rafforzati.

Il paragone è ardito, ma il presidente americano lo argomenta a lungo nel suo intervento. La guerra in Vietnam non si è chiusa con la sconfitta degli Stati Uniti, ma «con il trionfo della libertà su ideologie di violenza e in virtù del sacrificio di decine di migliaia di vite americane». Nelle parole di Bush il Vietnam rappresenta una lezione da tenere presente per il futuro della guerra in Iraq.

Ai critici del conflitto che chiedono alla Casa Bianca l'inizio del ritiro delle truppe dall'Iraq, Bush risponde mettendo in guardia dal commettere lo stesso errore del conflitto asiatico: il precipitoso ritiro delle forze americane dal Vietnam consentì ai comunisti di fare un bagno di sangue. Gli esperti si sbagliano a volte: a chi diceva che il ritiro americano non avrebbe rappresentato drammi per la popolazione ha risposto la storia con i campi di sterminio, le navi di profughi affondate nel mar della Cina, la persecuzione degli alleati dell'America.

La guerra in Vietnam, secondo Bush, non durò troppo a lungo; anzi, il ritiro americano fu prematuro. Pur ammettendo che l'intervento in Asia fu una decisione discutibile, ai veterani Bush ha ricordato «la innegabile lezione del Vietnam», e cioè che «il prezzo del ritiro americano fu pagato da milioni di persone innocenti».

L'esempio del Vietnam è accompagnato da quello della Seconda Guerra Mondiale. «Oggi dobbiamo chiederci se la nostra generazione di americani resisterà alla tentazione del ritiro dal fronte - ha detto Bush - e farà in Medio Oriente ciò che i veterani in questa stanza hanno fatto in Vietnam». Il ritornello è quello già ascoltato molte volte, lo scontro generazionale e ideologico ha in al-Qaida e nell'estremismo islamico un nemico che somiglia al pericolo nazista e alla coltre del comunismo. E la ricetta per prevalere è sempre la stessa: tenere duro, anche se la guerra è sempre più impopolare e il costo in vite umane altissimo.

Alla vigilia del rapporto del generale David Petraeus sull'andamento della guerra, atteso all'inizio di settembre al Congresso, Bush gioca la carta del Vietnam per respingere le richieste di una svolta nella missione, ormai invocata da molti esponenti del suo stesso partito. Anche con il Campidoglio chiuso per la pausa di agosto, le pressioni sulla Casa Bianca sono fortissime. Non sono solo i democratici a chiedere, con il Carl Levin, presidente della commissione Difesa del Senato, di cacciare il primo ministro iracheno Nouri al Maliki (scetticismo condiviso del resto dal senatore John Warner, il più influente rappresentante dell'opposizione nella commissione e uno dei soloni repubblicani del Congresso), ma anche un numero crescente di generali americani.

Il punto di settembre, a nove mesi dalla decisione di inviare a Baghdad e nel triangolo sunnita oltre 20mila soldati americani in più, parlerà di luci e ombre. Al miglioramento sul piano della sicurezza in alcune zone, fa da contrappeso l'assenza di progressi sul piano politico e sulla strada della riconciliazione tra i gruppi etnici e confessionali del Paese.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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