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Russia e Cina, le superpotenze autocratiche

Robert Kagan - Corriere 18 agosto 2007

Il mondo è ridiventato normale. Il post Guerra fredda ci aveva lasciato intravedere un nuovo ordine internazionale, la speranza che le nazioni potessero svilupparsi di comune accordo col venir meno dei conflitti ideologici e un maggior interscambio tra le culture. Un miraggio. Il mondo non si è trasformato. Le nazioni restano forti, ambiziose, impegnate e competitive. Come sempre.

Se gli Usa sono ancora l'unica superpotenza, oggi Russia, Cina, Europa, Giappone, India, Iran e altri Paesi si contendono il predominio regionale come pure riconoscimenti, posizione e influenza. La nostra è un'epoca che non favorisce la convergenza, ma la divergenza, di idee e di ideologie.

Ed è riaffiorata l'antica concorrenza tra liberalismo e assolutismo: le nazioni del mondo si schierano sempre di più da una parte o dall'altra, oppure lungo la linea di frattura tra modernità e tradizione, come il fondamentalismo islamico in contrapposizione all'Occidente.

Il conflitto ideologico più duraturo, dall'Illuminismo a oggi, si è incarnato nella lotta tra liberalismo e autocrazia. Sembrava possibile, negli anni Novanta, che la morte del comunismo avrebbe messo fine ai dissidi sulla forma ideale di governo e società, quando Russia e Cina sembravano spostarsi verso il liberalismo politico ed economico. Molti speravano che la fine della Guerra fredda avrebbe spalancato una nuova era.

Aspettative disattese. La Cina non ha liberalizzato il suo governo autocratico, l'ha blindato. La Russia si è allontanata da un liberalismo imperfetto con una virata decisa verso l'autocrazia. Due delle massime potenze mondiali, con oltre un miliardo e mezzo di abitanti, si sono dotate di governi autocratici, che sembrano capaci di restare al potere anche negli anni a venire, con l'apparente approvazione del loro popolo. Molti sostengono che i leader russi e cinesi non credono in niente e pertanto non rappresentano alcuna ideologia. No. I capi di governo di Russia e Cina fondano il loro potere su un insieme di credenze che li guidano sia in politica interna che estera. Essi credono che l'autocrazia funzioni meglio della democrazia nel loro Paese. Che offra ordine e stabilità e la possibilità di sviluppo economico. Che per le loro vastissime ed eterogenee nazioni sia essenziale un governo forte, capace di impedire caos e disintegrazione. Che la democrazia non rappresenti la soluzione ai loro problemi.

Solo nell'ultimo cinquantennio il liberalismo si è conquistato una diffusa popolarità nel mondo. Ancora oggi alcuni pensatori americani preferiscono l'«autocrazia liberale» a una «democrazia illiberale». Se due superpotenze mondiali condividono la scelta di un governo autocratico, allora l'autocrazia non è morta in quanto ideologia. La tradizione autocratica ha un lungo e distinto passato, e non si direbbe affatto che non abbia un futuro, come si pensava poco tempo addietro.

Naturalmente sonomolte le ripercussioni per le istituzioni internazionali e la politica estera americana. Tanto per cominciare, non è più possibile parlare di «comunità internazionale». Il termine suggerisce un accordo su norme internazionali di comportamento, una morale internazionale, persino una coscienza internazionale. Questa idea si radicò negli anni Novanta. Sul finire del decennio era già chiaro che la comunità internazionale non poteva contare su nessuna base di visione comune. Dimostrazione palese fu la guerra del Kosovo, che ha diviso l'Occidente liberale sia dalla Russia che dalla Cina e da molte altre nazioni non europee. Oggi lo si è capito chiaramente da quanto accade nel Sudan e nel Darfur. In futuro, potrebbero addirittura moltiplicarsi gli esempi di quanto sia ormai vuoto il termine «comunità internazionale».

Per quanto riguarda il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dopo un breve risveglio dal coma della Guerra fredda, è ricaduto nella sua antica condizione di semi-paralisi. Il Consiglio di sicurezza, sulla maggior parte degli argomenti più scottanti, resta nettamente diviso tra le autocrazie e le democrazie. E' questa una frattura che rischia di aggravarsi nei prossimi anni. Ostacolerà, come ha già ostacolato, gli sforzi internazionali per intervenire efficacemente nelle crisi umanitarie come il Darfur. Inoltre impedirà gli sforzi dell'America e dei suoi alleati per imporre pressioni e sanzioni alle nazioni intenzionate a dotarsi di armamenti nucleari o di distruzione di massa, come già accaduto nel caso dell'Iran e della Corea del Nord.

Le divisioni attuali tra gli Stati Uniti e gli alleati europei, che tanta attenzione hanno attirato negli ultimi anni, saranno scavalcate da spaccature ideologiche più radicali, in particolare dalle crescenti tensioni tra l'alleanza democratica transatlantica e la Russia. La politica estera americana deve sensibilizzarsi, sotto il profilo strategico, a queste distinzioni ideologiche critiche. E' una follia pensare che la Cina si precipiterà a scalzare il brutale regime di Khartum, o mostrarsi sorpresi se la Russia sfodera la sciabola contro i governi democratici pro-occidentali sui suoi confini. Vedremo delinearsi piuttosto una tendenza verso una maggiore solidarietà tra le autocrazie mondiali, come pure tra le democrazie.

Per tutte queste ragioni, gli Stati Uniti dovrebbero perseguire politiche mirate sia a promuovere la democrazia, sia a rafforzare la cooperazione tra le democrazie. Gli Usa dovrebbero unirsi alle altre democrazie per dar vita a nuove istituzioni internazionali che sappiano riflettere e valorizzare principi e obiettivi comuni, forse una nuova lega di Stati democratici, che si riunisca regolarmente per consultarsi sui temi del giorno.

Tale istituzione potrebbe avvicinare Paesi asiatici come Giappone, Australia e India alle nazioni europee, tutte democrazie che hanno relativamente poco a che fare l'una con l'altra, al di fuori dei rapporti commerciali e finanziari, e che potrebbero affiancare, non sostituire, le Nazioni Unite, il G8 e altri vertici mondiali.

Col passar del tempo, questo segnale di impegno a favore delle idee democratiche consentirebbe di concentrare gli sforzi delle nazioni democratiche allo scopo di risolvere quelle istanze che non trovano spazio al tavolo delle Nazioni Unite, come ad esempio dare legittimità ad azioni che i governi liberali ritengono necessarie ma che sono avversate dai Paesi autocratici, proprio come la Nato fu in grado di legittimare il conflitto nel Kosovo malgrado l'opposizione della Russia.

Robert Kagan
© Robert Kagan, 2007 Distribuito da The New York Times Syndicate.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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