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Perché al-Qaeda vuole la testa del grande ayatollah Sistani

Perché è lui l'uomo chiave per un Iraq libero e pacifico. Ma non solo. Alla vittoria o alla sconfitta della sua visione è legato anche il futuro dell'islam. Ritratto di un grande leader musulmano che dopo Ratisbona ha espresso stima e amicizia al papa

di Sandro Magister

ROMA, 7 agosto 2007 – Al termine dell'udienza generale della scorsa settimana Benedetto XVI ha sorprendentemente dedicato un pensiero a un avvenimento dello sport, la vittoria della Coppa d'Asia da parte della nazionale di calcio dell'Iraq:

"Sono rimasto felicemente impressionato dall'entusiasmo che ha contagiato tutti gli abitanti, spingendoli nelle strade per festeggiare l'evento. Come tante volte ho pianto con gli iracheni, in questa circostanza con loro gioisco. Questa esperienza di lieta condivisione rivela il desiderio di un popolo di avere una vita normale e serena. Auspico che l’evento possa contribuire a realizzare in Iraq, con l’apporto di tutti, un futuro di autentica pace nella libertà e nel reciproco rispetto".

In effetti, che i festeggiamenti per la vittoria calcistica, in Iraq, non siano stati funestati da stragi è stato interpretato da molti come un segnale positivo. Al Qaeda e altri gruppi terroristici – pur nella loro perdurante ferocia – appaiono oggi più isolati, nella guerra che essi combattono dentro il mondo musulmano: una guerra per essi più cruciale di quella diretta contro l'occidente.

In questo conflitto interno al mondo musulmano, in Iraq, il personaggio chiave è un uomo tra i più pacifici e pacificatori: il grande ayatollah Ali al Sistani, la massima autorità religiosa dei musulmani sciiti.

Che egli sia il personaggio chiave è tragicamente provato dall'interminabile sequenza di uccisioni delle persone a lui più vicine.

Il 10 aprile 2003 fu assassinato a Najaf, la città santa degli sciiti, l'ayatollah Abdel Majid al Khoei, figlio del maestro spirituale di Sistani, il grande ayatollah Abul Qassim al Khoei, il più eminente teologo sciita del Novecento.

Il 29 agosto 2003, ancora a Najaf, un'autobomba uccise più di cento fedeli che stavano uscendo dalla moschea che custodisce la tomba di Alì, il genero e successore di Maometto, capostipite dei musulmani sciiti. Con loro morì un altro leader religioso moderato, Mohammad Baqr al Hakim.

Il 6 febbraio 2004 un commando di terroristi penetrò nel dedalo di viuzze attorno alla stessa moschea, fin quasi alla casa di Sistani. Fallirono il vero obiettivo, ma uccisero lo sceicco Abdullah Falaq al Basrawi, amministratore delle offerte che affluiscono a Sistani da tutto il mondo sciita.

Nel maggio del 2005 fu assassinato un altro collaboratore del grande ayatollah, Tahar al Allaf.

All'inizio del 2006 la vittima fu lo sceicco Kamaleddin al Ghureifi.

Ai primi di giugno di quest'anno è stato assassinato Rahim al Hesnawi. A metà luglio Abdallah Fallaq. Il 26 luglio Kazim Jabir al Bidairi. Tutti stretti collaboratori di Sistani.

Infine, il 2 agosto, è stato ucciso a Najaf un altro suo uomo di fiducia, lo sceicco Fadhil al Aqil.

La "colpa" del grande ayatollah Sistani – agli occhi dei suoi nemici – è di essere il più autorevole e coerente sostenitore di una visione "quietista" dell'islam, secondo la quale il maestro insegna teologia, diritto e morale, chiede che i principi dell'islam siano rispettati nella vita pubblica, ma non reclama per sé il potere politico, né pretende di esercitare su di esso un controllo coercitivo.

Questa corrente di pensiero è sempre stata la prevalente a Najaf. L'ayatollah iraniano Khomeini, che visse in questa città dal 1965 al 1978 e sosteneva una tesi opposta, era del tutto isolato.

La tesi di Khomeini, alla quale egli diede corpo nel 1979 con la sua rivoluzione teocratica in Iran, era che "solo una buona società può creare buoni credenti". E conferiva agli esperti della legge coranica il potere politico necessario per instaurare la società perfetta.

Sistani, al contrario, sostiene che "solo buoni cittadini possono creare una buona società". E respinge ogni idea di teocrazia.

Coerente con questa sua visione, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein il grande ayatollah Sistani sentenziò: "Non ci saranno turbanti al governo in Iraq". Impose come un obbligo religioso a tutti i cittadini iracheni di andare a votare, anche alle donne. Approvò la nuova costituzione, la più liberale dell'intero mondo musulmano. Esortò gli sciiti a non reagire con la violenza agli attentati che facevano strage della popolazione inerme. Condannò le fatwe di Yusuf al Qaradawi, lo sceicco sunnita che dagli schermi di Al Jazeera esalta il martirio omicida.

Dice Amir Taheri, un intellettuale iraniano esule in Occidente: "Per Sistani il potere appartiene al dodicesimo imam. Ma dato che questo è scomparso, passa al popolo. La decisione ultima spetta all'individuo sulla base della ragione, il dono più grande di Dio. La visione di Sistani è aristotelica, una società di cittadini pii".

Il grande ayatollah Sistani, 78 anni, emette le sue sentenze molto di rado e con brevità. Vive appartato, volutamente lontano dallo sguardo pubblico. È anche questo un modo tradizionale di esercitare l'autorità, nell'islam. Non sempre e non da tutti le sue indicazioni sono ascoltate e applicate, ma valgono a creare una linea di condotta, anche in rapporto al cristianesimo.

Nel 2004 Sistani prese risolutamente posizione in difesa delle minoranze cristiane in Iraq, con parole di condanna fermissima degli assalti alle chiese.

Il 29 ottobre di quell'anno ricevette nella sua casa di Najaf il patriarca di Baghdad dei cattolici caldei, Emmanuel Delly. E così quest'ultimo descrisse l'incontro:

“Il grande ayatollah ci ha accolti con un caloroso ‘benvenuti’, ci ha ricevuti per un’ora e alla fine non ha nascosto la sua soddisfazione. Il nostro desiderio comune è quello di trovare una via per portare la pace e la tranquillità nel paese. Entrambi sappiamo che l’Iraq è ammalato, ma vogliamo trovare assieme le medicine per guarirlo. Abbiamo parlato come parlano due fratelli che si amano”.

Nel settembre del 2006, nei giorni della violenta protesta antipapale esplosa nel mondo musulmano dopo la lezione di Benedetto XVI a Ratisbona, rappresentanti di Sistani resero visita due volte al segretario della nunziatura vaticana a Bagdad, Thomas Hlim Sbib, per esprimere stima e amicizia a Benedetto XVI e il desiderio di un incontro con lui a Roma.

Il futuro di quel che ancora sopravvive della comunità cristiana in Iraq, anzi, il futuro libero e pacifico dell'Iraq e delle nazioni vicine e la stessa evoluzione dell'islam sono legati alla vittoria o alla sconfitta della linea di Sistani.

L'islam "moderato" che tanti invocano senza sapere dove trovarlo ha in lui una figura di riferimento capitale.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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