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Elogio del regime Urss - E tutti son contenti

Renato Farina – Libero 23/06/2007

 

Ieri abbiamo appreso da Repubblica che «Bobbio disse no a Nenni», un vero eroe il professor Norberto. Magari stava a suo tempo con Mussolini, ma con Nenni proprio no. Nelle lettere tra il 1967 e il 1979, espresse questo concetto: «Sono con gli studenti del '68, non con il potere». Infatti firmò (giugno 1971) il manifesto contro Luigi Calabresi, insieme ai simpatici ragazzi del '68, tipo Eugenio Scalfari e Umberto Eco, più tanti altri.

Di questo nell'accurata ricostruzione repubblichina non c'è traccia, che sarà mai? Nessuno dei citati ha avuto il minimo danno dall'aver sottoscritto una condanna a morte. Amen. Sono sempre molto istruttive le pagine del quotidiano di Ezio Mauro. Smemorate ma istruttive.

Ieri c'era una corrispondenza da Mosca di Leonardo Coen. Ecco il titolo: «Putin: "Basta con le colpe dell'Urss". Il presidente russo agli storici: tragici errori ma anche momenti di gloria».

 

TUTTI TACCIONO

L'articolo si chiude così, riferendo il pensiero del leader russo: «Ogni Stato ha nella propria storia pagine problematiche. Noi, tutto sommato, ne abbiamo avute meno degli altri». Oggi abbiamo atteso sulle agenzie almeno una reazione sdegnata di Giorgio Napolitano, che sa cos'è stata l'Urss, se non altro perché si è pentito di aver sostenuto nel 1956 l'eccidio di Budapest condotto dall'Armata Rossa. E quella era stata una paginetta striminzita rispetto all'enciclopedia dell'orrore costata sessanta milioni di morti.

Non siete d'accordo sul numero? Facciamo che il comunismo del Volga ne abbia ammazzati un decimo: non basta a suscitare un minimo di ira tra politici, intellettuali, sindacalisti? Niente, zero. Se Putin avesse parlato benino di Berlusconi, avrebbero appeso il Cavaliere ai diritti umani negati dall'«amico Vladimir». Siccome Putin minimizza lo scempio comunista, tutti zitti, in fondo godono.

Questa è l'Italia, la totale sudditanza psicologica alla superiorità morale di criminali purché dipinti sullo sfondo delle bandiere rosse. In fondo - si dice - hanno sbagliato, ma a fin di bene. Secondo me, anche Hitler. Perché no? Le sue pagine sul riscatto della Germania sono folli, ma contengono le parole libertà e felicità. E allora?

Che cosa sarebbe successo se Angela Merkel avesse sostenuto la medesima tesi? Traduco: «La nostra storia ha avuto pagine tragiche. Ma non dimentichiamo che abbiamo lanciato i primi razzi V1 e V2. Hitler ha fatto molte cattiverie, e lo condanniamo, però non dimentichiamoci che è stato il primo a inserire nella legislazione l'eutanasia». No, non si scherza con le parole, con l'immane dolore di popoli annientati. Parlo degli ebrei. Ma anche dei tatari di Crimea, dei tedeschi del Volga, fatti morire nelle foreste innevate. Invece non è successo nulla.

Più dei russi mi preoccupa questo compiacente silenzio italiano. Se uno è stato scottato da una malattia, nel momento in cui la vede riprendere vigore, è il primo a urlare alt! Perché tacciono? Vuol dire che in fondo hanno sempre creduto alla purezza di quell'obbrobrio. Non c'è altra spiegazione.

Non è questione del capo del Cremlino. Per tanti versi, chi scrive ha considerazione di Putin. In Russia il cammino verso la democrazia, come dice Solgenitsin, ha bisogno di una mano forte. Ma il diritto di critica deve esserci. Anche e soprattutto quando difende la macchina infernale che ha inghiottito milioni di innocenti e imposto il suo giogo a molti Paesi liberi. Certo: l'Urss ha sconfitto con l'America il nazismo. Ma non è un buon motivo per riprodurlo dipinto di rosso.

 

FOLKLORE RUSSO

 Mi domando perché nessuno dice: attenti, risorge il pericolo sovietico. Se in Germania un gruppazzo di naziskin si agita in piazza, piovono allarmi sul pericolo nazista risorgente. A Mosca c'è un capo di Stato che nega la potenza di quel male, e si guarda a queste esternazioni come all'espressione di una specie di folklore cosacco. Qualcuno, un po' sbadato, non ricorda cos'è stato il comunismo di Lenin, Stalin su fino a Breznev e perché no Gorbaciov? Gli storici russi e tedeschi più seri non hanno avuto dubbi nell'equiparare il totalitarismo sovietico a quello nazista.

 L'Istituto di storia mondiale dell'Accademia delle scienze russa ha curato un volume che lo documenta in modo chiaro. In letteratura bastino alcuni nomi: Vasilij Grossman, Shalamov, Solgenitsyn e il nostro Eugenio Corti (oggetti di un vero e proprio culto in Francia e da noi trascuratissimo). Da noi Pierluigi Battista rilancia spesso questo tema sul Corriere della Sera ma viene sbeffeggiato. Invece bisogna avere il coraggio di non usare due pesi e due misure nei confronti di totalitarismi comunque nefasti. Anche se uno dei due ha vinto la guerra.

 Per tornare a Putin. Giuste perplessità sono state espresse quando Berlusconi incontrava il leader russo come fosse suo fratello di latte. Gli si ricordavano i diritti umani. Nei giorni scorsi il vice premier Dmitry Medvedev ha incontrato il ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Commento finale: «Abbiamo un rapporto davvero speciale con la Russia, il rapporto più stretto tra i partner dell'Unione Europea».

 Perfetto. Dopo queste dichiarazioni di Putin, tra ex comunisti non si potrebbero correggere un pochino? Ma che possiamo pretendere da un governo che ha come asse portante due partiti comunisti? Quando in Austria Haider lodò la politica occupazionale di Hitler fu impiccato dall'opinione pubblica mondiale. E oggi è sparito. Doveva esaltare i Gulag e gli sarebbe andata meglio.

 Del resto già in passato Putin aveva lodato Stalin citandone la formula magica («Liquidare la classe degli oligarchi»), aveva proposto di coniare monete con il profilo del medesimo. Ora ne esalta i momenti di gloria. Ci aspettiamo un pensoso articolo di Luciano Canfora sul Corriere della Sera: perché solo "momenti di gloria"?

 C'è stato qualche momento buio, ma l'aurora dell'avvenire la sorgerà, parapunzipà.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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