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Ma l’America combatte anche per noi

Andrea Nativi – Giornale 3-05-2007

Per fortuna che nella provincia di Herat le truppe americane e della coalizione, insieme con quelle afghane, si prendono cura dei guerriglieri talebani, altrimenti tra qualche settimana il contingente italiano a Herat dovrebbe preoccuparsi di qualcosa di più grave di un attacco approssimativo.

Naturalmente se le attività americane provocano vittime civili, la popolazione locale protesta e il clima favorevole alla presenza militare straniera si deteriora. Ma ciò che più preoccupa il governo è la presenza nella valle di Zerkoh di un centinaio di guerriglieri talebani che, per il mandato restrittivo imposto da Roma al nostro contingente, nessuno può disturbare. E il fatto che i soldati italiani non cerchino rogne non li mette al sicuro da una guerriglia che vuole estendere a tutto l’Afghanistan le sue attività e che tenta di impiantarsi dove ha poco da temere. La logica militare suggerirebbe all’Italia di ringraziare i soldati della coalizione che a rischio della vita cercano e affrontano i guerriglieri, i quali evidentemente riescono a infiltrarsi indisturbati nelle province che le truppe italiane dovrebbero contribuire a controllare. E sarebbe una consolazione se parte delle informazioni che hanno consentito agli americani di individuare e attaccare i talebani fossero state fornite dalle nostre Forze Speciali.

Difficile credere poi che i comandi Isaf o quello italiano non siano informati delle attività militari delle truppe della coalizione a guida americana: non fosse altro che per motivi di coordinamento, supporto e per evitare spiacevoli incidenti, le informazioni arrivano. Certo, visto che la caccia ai Talebani è condotta da reparti della Forze speciali che agiscono primariamente di notte non è il caso di compromettere la sicurezza delle operazioni. Ma chi deve sapere, a Kabul come a Herat, ovviamente sa.

Del resto il coordinamento tra le attività Isaf e quelle americane è molto stretto. Tanto più visto che gli Usa hanno truppe in entrambe le operazioni (un generale americano comanda l’Isaf). Fino allo scorso anno si pensava di fondere le due missioni in una sola, ma poi visto che Enduring freedom (Oef) impiega in larga misura forze speciali si è preferito mantenere la separazione. Ma anche Isaf conduce combattimenti: solo nella operazione Achille sono impegnati oltre 4mila soldati Isaf.

Ad essere anomali sono invece i distinguo che alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, hanno stabilito per evitare che i propri soldati vengano impiegati a fianco dei colleghi. Ma i compiti di Isaf comprendono l’assistenza al governo afghano nel creare e proteggere la sicurezza: con le buone o, se necessario, con le armi.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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