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Non rompete le canne da pesca

Civiltà )( BarbarieRino Camilleri – Tratto da www.pepeonline.it maggio-giugno 2007

A sentire i noglobal (ma anche certi preti) se ci sono gli affamati è colpa di chi ha troppo da mangiare, se ci sono i poveri è colpa dei ricchi, se qualcuno non ha è perché qualcun altro gli ha tolto. Vecchia leggenda marxista, purtroppo introiettata da certo clero che, quando sente parlare di “poveri” non capisce più niente e, anziché limitarsi a rimboccare le sue, di maniche, punta il dito e accusa.

Parrebbe, dai loro discorsi, che il mondo, specialmente il Terzo, viveva sereno e felice prima che arrivasse l’Occidente col suo imperialismo a rapinarlo. La storia insegna, invece, che proprio il “cattivo” capitalismo ha fatto uscire dalla fame una parte del mondo, quella occidentale, e neanche da molto. Non solo. Se di colpo venissero via tutte le imprese occidentali dal Terzomondo, comprese le odiate multinazionali, neanche un terzomondiale se ne gioverebbe, non arriverebbe in Africa un solo sacco di grano in più.

Lo stesso dicasi per l’ultima trovata dei piagnoni in servizio permanente: l’acqua. Se noi italiani smettessimo di lavarci, non una goccia in più arriverebbe nel Ghana. Ma i piagnoni vorrebbero il primato della politica sull’economia. Si potrebbe chiedere loro di calcolare quanto costa il mantenimento dei seguenti baracconi di (lautamente) stipendiati: Onu, Ue, Ministeri, Regioni, Province eccetera. Cioè, quanto costa la politica e da dove vengono il soldi che la mantengono. Magari scoprirebbero che un posto di sicuro primato della politica sull’economia c’era e si chiamava Urss. E si è visto come è finita e perché. Infatti, in quel posto meno del 2% della popolazione produceva, il resto era amministrazione, polizia, esercito. Cioè, un sacco di gente che “controllava” (il primato della politica) e, perciò, doveva essere meglio pagata dei “controllati”. Ma chi controlla quelli che controllano? Così, una spaventosa piramide di controllori gravava sui pochi che producevano. Da qui sprechi, inefficienze, corruzione. E il collasso dietro l’angolo.

Lo stesso problema hanno parecchi stati africani odierni. Già, l’Africa. E’ dagli anni Sessanta che assorbe aiuti su aiuti, finanziamenti, cancellazione di debiti, donazioni. Ma ha sempre fame. Qualcuno ha notato che il Giappone, diversamente dall’Africa, non ha alcuna risorsa naturale. Ha perso l’ultima guerra mondiale ed è l’unica nazione al mondo ad avere ricevuto due bombardamenti atomici. Eppure oggi è una superpotenza economica. Come mai? Ecco un bel problema da studiare per i piagnoni. Ma torniamo a costoro. Proprio l’Africa, “aiutata” da oltre mezzo secolo, dimostra che dare la croce addosso ai “ricchi” non serve a niente.

L’esperienza italiana insegna che, al contrario, la ricchezza crea ricchezza: un imprenditore non ha alcun interesse ad avere a che fare con una clientela senza soldi, perché sarebbe lui il primo a uscirne rovinato. Chi fabbrica asciugacapelli non saprebbe a chi vendere il proprio prodotto se fosse circondato da gente che non ha nemmeno la corrente elettrica. I preti che tuonano contro il consumismo, poi, sono gli stessi che scendono in piazza per salvare i posti di lavoro quando una azienda chiude.

I piagnoni farebbero bene a ricordare l’antico proverbio cinese: se un mendicante ti chiede un pesce e glielo dài, domani avrà fame di nuovo; dàgli piuttosto una canna da pesca. E, aggiungiamo, sorveglialo affinché non la rompa. Un’ultima cosa: diversi anni fa Montanelli suggerì di dare i soldi degli aiuti internazionali non ai governi africani ma ai missionari di padre Gheddo, che certo ne avrebbero fatto miglior uso.

Infatti, non è un caso se i posti meno sottosviluppati del Terzomondo sono quelli che sono stati preventivamente cristianizzati. Già: il cristianesimo crea la necessaria mentalità “occidentale” che fa sì che la canna da pesca donata non venga rotta.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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