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Putin: lo scudo spaziale è come la minaccia dei Cruise negli anni ’80

Alberto Pasolini Zanelli – Giornale 28-04-2007

WASHINGTON – La seconda «guerra fredda», quella a parole, è ormai in corso. E puntualmente già volano le parole, se non i fatti, della guerra fredda vera. Questa volta i missili Pershing e Cruise, che furono al centro del dibattito negli anni Ottanta e la cui presenza in Europa portò a una crisi diplomatica che a sua volta poi produsse la fine della tensione, e dell’Unione Sovietica. Vladimir Putin ha citato il missile Pershing come paragone di alcune componenti del sistema di scudo antimissilistico progettato da Washington e che dovrebbero essere installate sul suolo europeo, anzi dell’Europa Orientale, il più vicino possibile al territorio russo.

Putin, che già il giorno prima aveva annunciato una misura di protesta piuttosto sonante come la sospensione della validità del trattato del 1990 sulla limitazione degli armamenti «convenzionali» in Europa, ha preso per l’occasione la visita a Mosca del presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus, leader di uno dei due Paesi che potrebbero ospitare componenti dello scudo (l’altro è la Polonia).

Il presidente russo ha espresso la sua apprensione. «Questi sistemi - ha detto - potranno dare agli Usa il controllo dell’intero territorio russo fino agli Urali. Tutto questo accadrebbe se noi non prendessimo le contromisure necessarie. Ma noi lo faremo». Anche per evitare, ha ribadito Putin, un alto rischio e cioè il ritorno alla formula che contrassegnò gli ultimi anni della guerra fredda, la «Mutual assure destruction», sigla Mad, che in inglese significa anche «pazzo». Fu la certezza della distruzione reciproca in caso di un conflitto nucleare a costituire, soprattutto nell’ultimo decennio, la principale garanzia contro questa distruzione. Ma quelli erano altri tempi, sostiene la diplomazia russa, e oggi il dispiegamento in Europa di parti componenti cruciali dello «scudo» americano significherebbe un ritorno al concetto «matto» della Distruzione Reciproca.

La prima delle contromisure cui Putin ha accennato è appunto la moratoria sull’altro volto dell’equilibrio militare, quello «convenzionale», preannunciato dopo il risultato fallimentare dell’ultima riunione del consiglio Russia-Nato, in cui Mosca ha messo sul tavolo proprio lo scudo spaziale. Ciò ha indotto il ministro degli Esteri Lavrov a coinvolgere gli alleati europei nella polemica con gli Stati Uniti, in primo luogo denunciando la «latitanza» degli europei nei possibili sviluppi di quell’organismo che, sorto proprio nei giorni della trasformazione dall’Urss alla Russia, sarebbe dovuto servire come un foro per sviluppare e possibilmente accelerare la trasformazione «occidentale» di Mosca. Ciò non è accaduto e anzi «ci troviamo in una fase di involuzione in cui oltre alle iniziative viene a scadere anche il livello di fiducia. Le potenzialità dell’organizzazione vengono sempre meno utilizzate».

La Russia insisterà e riporterà il dossier «scudo» sul tavolo del prossimo incontro, in calendario per il 10 maggio, ma con scarse possibilità di successo. Non giova che sia la Russia sia gli Stati Uniti si trovino in un periodo non solo di campagna elettorale ma anche alla vigilia di un cambio di leadership. Né Bush né Putin possono essere rieletti e anzi il presidente russo nel pronunciare ieri l’altro il suo discorso annuo «sullo stato della nazione» ha avvertito esplicitamente che si trattava del suo ultimo.

Infine il contenzioso non è solo e neppur prevalentemente militare. Ci si trova in realtà di fronte a una collisione fra due opposte strategie politiche: il tentativo della Russia di recuperare, grazie alla favorevole congiuntura economica dovuta agli alti prezzi energetici, e la componente «euroasiatica» della strategia americana a lungo raggio, che richiede che non si crei, soprattutto in quella parte del mondo, un «contro polo» che possa alimentare pericoli per la estensione nel tempo dell’attuale predominio planetario degli Stati Uniti.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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