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Testimonianze a favore di Pio XII riportate da uno storico ebreo

ROMA, domenica, 15 aprile 2007 (ZENIT.org).- Il professor Michael Tagliacozzo, storico ebreo di origini italiane sopravvissuto alla Shoah perché accolto nel palazzo papale del Laterano, studioso dell’Olocausto e membro del Beth Lohame Haghettaot (Centro studi sulla Shoah, museo che sorge in Galilea), ha inviato a “Il Giornale” un plico di documenti contenenti testimonianze e lettere che provano quanto Pio XII ha fatto in favore del popolo ebraico.

Nell’edizione di domenica 15 aprile, Andrea Tornelli, vaticanista de “Il Giornale”, ne ha pubblicato alcuni brani che riportiamo per i lettori di ZENIT.

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«Desidero raccontarvi della Roma ebraica, del gran miracolo di avere trovato qui migliaia di ebrei. La Chiesa, i conventi, frati e suore – e soprattutto il Pontefice – sono accorsi all’aiuto e al salvataggio degli ebrei, sottraendoli agli artigli dei nazisti e dei loro collaborazionisti fascisti italiani. Grandi sforzi, non scevri da pericoli, sono stati fatti per nascondere ed alimentare gli ebrei durante i mesi dell’occupazione tedesca. Alcuni religiosi hanno pagato con la loro vita per quest’opera di salvataggio. Tutta la Chiesa è stata mobilitata allo scopo, operando con grande fedeltà... Il Vaticano è stato il centro di ogni attività di assistenza e salvataggio nelle condizioni della realtà del dominio nazista». [Sergente maggiore Joseph Bancover, 178° Compagnia palestinese, tra i fondatori del kibbutz «Ramat ha-Kovesh», uno dei capi del movimento sionista laburista. Pubblicata il 23 luglio 1944 sul quotidiano «Hahajal Haivri», organo delle compagnie ebraico-palestinesi dipendenti dalla VIII Armata britannica]

 

«Tutti i profughi raccontano il lodevole aiuto da parte del Vaticano. Sacerdoti hanno messo in pericolo la loro vita per nascondere e salvare gli ebrei. Lo stesso Pontefice ha partecipato all’opera di salvataggio degli ebrei». [Lettera dal fronte italiano del soldato Eliyahu Lubisky, membro del kibbutz socialista «Beth Alpha», pubblicata sul settimanale «Hashavua» (n. 178/42) il 4 agosto 1944]

 

«Grande fu l’aiuto che venne agli ebrei dal Vaticano e dalle varie autorità ecclesiastiche... che mosse da spirito di carità si adoperarono per lenire i dolori dei nostri correligionari e per proteggerli dalle persecuzioni». [«Bollettino Ebraico d’informazioni», a cura del «Gruppo Sionistico di Roma», n. 8-9-10 del 18 settembre 1944]

 

«... Riconoscenza che poi, come ognuno di noi ben sa, dobbiamo tributare in misura quanto mai grande e sentita verso la Chiesa cattolica e verso il suo augusto capo, Sua Santità Pio XII al quale... feci già da tempo pervenire l’espressione della gratitudine vivissima di tutta la nostra popolazione». [Relazione della Comunità Israelitica di Roma all’Unione delle Comunità Israelitiche italiane. «Bollettino Ebraico d’informazioni», a cura del «Gruppo Sionistico di Roma», n. 15, 20 ottobre 1944]

 

«Migliaia di nostri fratelli si sono salvati nei conventi, nelle chiese, negli extraterritoriali. In data 23 luglio ho avuto l’onore di essere ricevuto... da Sua Santità al quale ho portato il ringraziamento della Comunità di Roma per l’assistenza eroica ed affettuosa fattaci dal clero che attraverso i conventi e i collegi, ha salvato, nascosto e protetto per tutto l’infausto periodo, le nostre donne, i nostri bambini e molti di noi uomini. Ho riferito a Sua Santità circa il desiderio dei correligionari di Roma di andare in massa a ringraziarlo, ma tale manifestazione non potrà essere fatta che alla fine della guerra per non pregiudicare tutti coloro che, al Nord, hanno ancora bisogno di protezione». [Dalla relazione del commissario straordinario della Comunità Israelitica di Roma, Silvio Ottolenghi, letta nel salone della scuola «Vittorio Polacco» il 15 ottobre 1944]

 

«Il Congresso dei delegati delle Comunità Israelitiche Italiane, tenutosi in Roma per la prima volta dopo la Liberazione, sente imperioso il dovere di rivolgere reverente omaggio alla Santità Vostra, ed esprimere il più profondo senso di gratitudine che anima gli ebrei tutti, per le prove di umana fratellanza loro fornite dalla Chiesa durante gli anni delle persecuzioni... Gli ebrei ricorderanno perpetuamente quanto, nel tremendo periodo trascorso, per disposizione dei Pontefici la Chiesa ha fatto per loro». [Mozione approvata nel III Congresso delle Comunità Israelitiche Italiane tenutosi a Roma nel marzo 1946]

 

«I nostri ringraziamenti al Sommo Pontefice per il gesto di paterna sollecitudine che si protrasse per tutto il periodo dell’occupazione tedesca, sia ricevendo gli ebrei negli edifici extraterritoriali della Città del Vaticano, sia cercando di far mitigare l’asprezza delle misure razziali, sia facendo accogliere intere famiglie nei conventi». [Dal discorso di Sergio Piperno, presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, tenuto in occasione della manifestazione di riconoscenza degli ebrei verso i concittadini cristiani che li soccorsero, 14 dicembre 1956]

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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