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I talebani: «Abbiamo decapitato Adjmal»

L'interprete di Mastrogiacomo ucciso perché «il governo afghano non ha risposto alle richieste». Ore di angoscia, poi le conferme

Poco prima un altro portavoce confermava l'ultimatum in scadenza lunedì

Redazione – Corriere 8-04-2007

KABUL - Prima l'annuncio choc dei talebani: «Abbiamio ucciso Adjmal Nashkbandi», l'interprete di Daniele Mastrogiacomo. Poi altro orrore: «L'abbiamo decapitato». Dichiarazioni a cui è seguito un intero pomeriggio di notizie contrastanti, fino alle parole del premier Romano Prodi che in tarda serata ha parlato di «conferme» dell'avvenuto assassinio. Sono stati i servizi segreti afghani a fare la prima dichiarazione ufficiale, in serata: il portavoce Sayed Ansari ha detto che Adjmal è stato giustiziato nell'interesse di Al Qaeda. «Ancora una volta i talebani hanno dimostrato di voler seguire le orme delle organizzazioni terroristiche», ha detto.

ACCUSE AL COLLABORATORE DI EMERGENCY - Il portavoce dei servizi segreti afghani Said Ansari ha accusato oggi il direttore afghano dell'ospedale di Emergency a Kabul, Rahmatullah Hanefi - attualmente detenuto - di essere coinvolto nel rapimento del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo e dei suoi due collaboratori. E di avere di fatto impedito la sua liberazione. La replica di Gino strada è immediata: sono «calunnie» che arrivano da una «cricca di assassini». Poi in un'intervista a Sky Tg24 va oltre, spiegando che il governo italiano «dovrebbe sapere bene quanto è affidabile Hanefi visto che gli affidò due milioni di dollari per pagare il rilascio di Torsello».

ULTIMATUM - In una lunga giornata di tensione, il primo a parlare era stato Shahabuddin Aaatil, un portavoce del capo militare dei talebani, Mullah Dadullah, in contatto con la Reuters con un telefono satellitare. La notizia, confermata anche da France Press e dall'agenzia afghana Pajhwok, è arrivata inattesa perché nei giorni scorsi un collaboratore del mullah Dadullah aveva contattato il fratello di Adjmal per dirgli che l'ultimatum per la trattativa sarebbe scaduto lunedì alle 14. E di nuovo, in mattinata, un altro portavoce talebano aveva parlato di un ultimatum in scadenza lunedì. Adjmal era stato rapito il 5 marzo nell'Afghanistan meridionale insieme a Daniele Mastrogiacomo e al suo autista. Il giornalista di Repubblica è stato liberato dopo due settimane in cambio del rilascio di cinque esponenti dei talebani detenuti, mentre l'autista è stato sgozzato.

«È STATO DECAPITATO» - Lo stesso Aaatil, citato dall’agenzia Associated Press, ha poi precisato che Adjmal Naqshbandi è stato «decapitato nel distretto di Garmsir della provincia dell'Helmand». «Abbiamo chiesto il rilascio di due comandanti talebani in cambio di Adjmal Naqshbandi - ha aggiunto Aaatil -, ma il governo ha ignorato le nostre richieste e oggi, alle 15.05 ora locale (le 12.35 in Italia, ndr) abbiamo decapitato Adjmal». La notizia dell’uccisione non è stata confermata dal ministero dell'Interno afgano: il portavoce Zemeri Bashary ha detto di non essere in possesso di prove dell’esecuzione. L’agenzia di stampa Pajhwok, che cita sempre Aaatil, scrive che il cadavere di Adjmal sarebbe stato abbandonato nella zona di Loya Wala, nel distretto Hazarjusft, provincia di Helmand.

TRA CONFERME E SMENTITE - Da Maso Notarianni, direttore di Peace Reporter, sito vicino ad Emergency, arrivava subito dopo un invito alla prudenza: «Dalle verifiche fatte dai nostri canali non risulta. Per adesso - aggiunge - consiglio prudenza. Ricordo che l’ultimatum doveva scadere lunedì». Anche il fratello di Adjmal, Muneer Naqshbandi, contattato telefonicamente da Apcom non è stato in grado di confermare l’avvenuta uccisione dell’interprete afghano da parte dei talebani: «Per il momento non ci risulta. Chi ha fatto l’annuncio (Aaatil, ndr) è effettivamente uno dei portavoce di Dadullah», capo dei talebani nel sud dell’Afghanistan, «ma non possiamo confermare la notizia diffusa dalle agenzie, non ne sappiamo nulla» . Nel frattempo però anche l'agenzia Pajhwok (quella che per prima ha dato la notizia della liberazione di Mastrogiacomo) confermava quanto riferito dalle agenzie Reuters e France Press, che citavano anch'esse il portavoce di Dadullah: il giovane afghano, Adjmal Nashkbandi, che aveva 23 anni, è stato ucciso a causa del rifiuto delle autorità di Kabul di liberare alcuni detenuti. Quando gli è stato chiesto perché i taleban non hanno aspettato la scadenza dell'ultimatum, il portavoce non ha risposto, riporta l'agenzia.

MASTROGIACOMO: «BUGIARDI E ASSASSINI» - Ore d'angoscia alla redazione di Repubblica dopo le prime notizie dell'esecuzione di Adjmal. «Per giorni abbiamo chiesto ai taleban - ha detto il direttore Ezio Mauro - di non macchiarsi di altro sangue, di evitare un nuovo lutto e di restituire Adjmal alla sua famiglia. L'interprete non ha alcuna colpa». In serata, dopo che la notizia della morte di Adjmal ha ricevuto le prime conferme, è stato lo stesso Daniele Mastrogiacomo ad esprimere la propria angoscia con un intervento pubblicato sul sito web del quotidiano: «Sono affranto, distrutto, di nuovo catapultato in un incubo che sembra non finire mai. I talebani hanno mostrato al mondo la loro vera faccia, assassini che non hanno rispettato i patti». E ancora il direttore del quotidiano, attraverso il sito, spiega: «Abbiamo sperato fino all'ultimo che non fosse vero. È un omicidio barbaro e senza alcuna ragione, nemmeno in una logica di guerra. Noi di Repubblica lo piangiamo come un compagno di lavoro mentre denunciamo l'impossibilità per i giornalisti di svolgere la loro funzione nelle zone controllate dai talibani che disprezzano non solo la libertà d'informazione e i diritti dei prigionieri ma anche la vita umana».

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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