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La spirale discendente dello Zimbabwe

La Chiesa fa appello al buon governo

 

ROMA, domenica, 8 aprile 2007 (ZENIT.org).- La situazione politica ed economica nello Zimbabwe è motivo di crescente preoccupazione per la Chiesa, dopo i ripetuti episodi di violenza del Governo contro i suoi oppositori politici. L’Arcivescovo Pius Ncube ha esortato i cittadini di questo Paese a protestare contro il comportamento degli organi dello Stato, ha riferito l’Associated Press il 22 marzo.

 

“Dobbiamo opporci a questa oppressione”, ha affermato l’Arcivescovo di Bulawayo in un incontro con il clero, alcuni attivisti e i diplomatici.

 

Ai primi di marzo, Morgan Tsvangirai, il leader del principale partito di opposizione, è stato ricoverato dopo aver subito violenze da parte della polizia che lo aveva arrestato nel corso di una manifestazione, ha riferito il quotidiano Times di Londra il 13 marzo. Il leader del Movement for Democratic Change (MDC) è stato arrestato insieme a decine di persone, esponenti dell’opposizione, attivisti per i diritti ed ecclesiastici. L’opposizione accusa il Presidente Robert Mugabe di molti dei problemi che affliggono il Paese.

 

Oltre ai problemi politici, il Paese si trova anche in difficoltà economiche. Recentemente il Governatore della banca nazionale, Gideon Gono, ha ammesso che le casse dello Stato sono rimaste senza fondi, secondo quanto riferito dal quotidiano Guardian del 1° marzo.

 

In audizione davanti alla Commissione parlamentare competente per la difesa e gli affari interni, Gono ha affermato che non vi sono i mezzi per acquistare veicoli per la polizia o per stampare passaporti. Anche la fornitura di elettricità e i trasporti sono a rischio, ha affermato, a causa delle scarse riserve di valuta necessarie per finanziare le operazioni.

 

Un rapporto dell’organizzazione non governativa International Crisis Group, pubblicato il 5 marzo scorso, ha fornito una visione piuttosto deprimente della situazione del Paese. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che l’inflazione arrivi al 4% entro la fine di quest’anno. Gli stipendi della gran parte dei dipendenti pubblici sono al di sotto della soglia di povertà ed è prevista una nuova ondata di demolizioni di case e uffici, secondo il rapporto dell’International Crisis Group. Un precedente programma di demolizioni era stato effettuato nel 2005 e aveva prodotto circa 700.000 sfollati.

 

Il rapporto spiega che l’economia dello Zimbabwe si è ridotta di circa il 40% tra il 1998 e il 2006. Il prodotto interno lordo è stimato quest’anno in ulteriore diminuzione del 4,7%, mentre il tasso di disoccupazione si attesta ora all’80%.

 

I livelli di reddito pro capite sono crollati tanto da raggiungere, a metà del 2005, quelli del 1953, una diminuzione che supera quella verificatasi durante i recenti conflitti in Paesi come la Costa d’Avorio e il Congo.

 

Secondo i dati ufficiali, l’80% della popolazione dello Zimbabwe si trovava già al di sotto della soglia di povertà nel 2002.

 

L’aspettativa di vita è tra le più basse al mondo, attestandosi a 36,6 anni. Secondo le statistiche del 2005, il 20,1% della popolazione trai 15 e i 49 anni è infetta dall’HIV/AIDS. Si tratta di uno dei tassi di infezione più elevati al mondo.

 

 

Appelli al dialogo

L’agenzia di stampa Fides ha pubblicato il 22 marzo un comunicato congiunto dei responsabili delle Chiese cristiane dello Zimbabwe. La dichiarazione è stata firmata anche dalla Conferenza Episcopale del Paese il 17 marzo. Il documento parla di una situazione nazionale “estremamente pericolosa e difficile”.

 

“Eppure essa potrebbe anche trasformarsi in motivo di grazia e di rinnovamento, se tutte le parti responsabili della crisi si pentissero e dessero ascolto alle grida della gente”, hanno aggiunto i Vescovi.

 

Nella dichiarazione si dà conferma del sostegno alle legittime autorità politiche, ma allo stesso tempo si sostiene che non è possibile abusare di questo potere facendo ricorso alla violenza, all’oppressione e all’intimidazione.

 

“Facciamo appello ai responsabili della crisi in cui attualmente versa il nostro Paese, perché si pentano e ascoltino il grido dei propri cittadini”, hanno affermato i Vescovi. Allo stesso tempo hanno chiesto alla gente dello Zimbabwe “pace e moderazione, nelle loro dimostrazioni a tutela dei diritti umani”. La dichiarazione si conclude con un appello al dialogo per risolvere la crisi e per costruire una democrazia che rispetti i diritti di ogni cittadino.

 

Pochi giorni prima, il 13 marzo, il South African Council of Churches (SACC) ha pubblicato una dichiarazione in cui parla della grave situazione in cui versa lo Zimbabwe. La SACC si compone di 26 Chiese e organizzazioni paraecclesiastiche e rappresenta la maggioranza dei cristiani del Sudfrica.

 

La SACC ha rilevato le violazioni ai diritti umani nello Zimbabwe e il fatto che gli esponenti religiosi vengono oppressi dalle forze dell’ordine.

 

Eddie Makue, segretario generale della SACC, ha accusato le autorità di voler provocare e sfruttare le divisioni tra le Chiese, secondo il principio “divide et impera”, e di soffocare l’opposizione.

 

“Le azioni disumane delle forze di sicurezza dello Zimbabwe stanno inesorabilmente impedendo alla gente del Paese di raggiungere soluzioni amichevoli per molti problemi in cui si trova questa travagliata Nazione”, ha avvertito la SACC.

 

L'impatto regionale

La dichiarazione osserva anche che il caos sta producendo migrazioni di massa della popolazione dello Zimbabwe verso altri Paesi della regione, di entità tale che i servizi di assistenza gestiti dalle Chiese non riescono a farvi fronte.

 

Di conseguenza, la situazione nello Zimbabwe rischia di destabilizzare l’intera regione.

 

Riguardo la possibilità per gli altri Paesi dell’area di intervenire, l’Arcivescovo Ncube ha di recente criticato il governo del Sudafrica per non aver esercitato sufficienti pressioni sullo Zimbabwe.

 

Secondo un rapporto pubblicato il 20 marzo dalla radio Voice of America, l’Arcivescovo si è detto convinto che il Sudafrica si trovi in una buona posizione per esercitare pressione sullo Zimbabwe. Ma, ha detto, il Governo sudafricano si limita a guardare.

 

In servizio apparso il 22 marzo sul quotidiano Financial Times di Londra, ha osservato che i Governi sudafricani hanno storicamente attuato una politica di “diplomazia silenziosa” nei confronti dello Zimbabwe. Di recente, tuttavia, il Presidente dello Zambia, Levy Mwanawasa, ha auspicato l’adozione di un nuovo approccio.

 

“La diplomazia silenziosa non ha contribuito a risolvere il collasso politico ed economico dello Zimbabwe”, ha affermato. Mwanawasa ha paragonato la situazione dello Zimbabwe “all’affondamento del Titanic i cui passeggeri si buttano fuori nel tentativo di salvarsi”, riferendosi ai milioni di persone che sono fuggite dal Paese.

 

Ciò nonostante, in un incontro delle 14 Nazioni appartenenti al blocco regionale della Southern African Development Community (SADC), svoltosu il 29 marzo, si è deciso di continuare ad adottare un approccio low-profile. Nel vertice, che si è svolto in Tanzania per discutere della situazione dello Zimbabwe, si è convenuto solamente di incaricare il Presidente sudafricano Thabo Mbeki di tentare una mediazione nella crisi politica di quello Stato, secondo quanto riferito dalla BBC il 29 marzo scorso. Mbeki cercherà di agevolare un dialogo tra Mugabe e la sua opposizione.

 

Ascolterà?

Si vedrà se il Presidente dello Zimbabwe vorrà ascoltare i suoi vicini. Poco prima dell’incontro, la polizia ha circondato la sede del Movement for Democratic Change nella capitale Harare, secondo quanto riferito dalla Reuters il 28 marzo. La polizia ha fermato per breve tempo il leader del MDC Morgan Tsvangirai, insieme ad altri funzionari del partito.

 

Il giorno dopo l’incontro del SADC, inoltre, la posizione politica di Mugabe si è rafforzata grazie alla decisione del consiglio centrale dello Zimbabwe African National Union-Patriotic Front di scegliere lui come candidato alla presidenza per le prossime elezioni.

 

L’attuale mandato del Presidente Robert Mugabe scade nel marzo del 2008. Mugabe, 83 anni, ha governato lo Zimbabwe sin dal 1980. Egli ha esortato il consiglio centrale del partito ad opporre resistenza contro le “macchinazioni dell’Occidente”, ha riferito la Reuters il 30 marzo.

 

Lo stesso 29 marzo, il Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar (SECAM) ha pubblicato una dichiarazione sullo Zimbabwe in seguito ad una riunione della commissione permanente dell’organismo svoltasi ad Accra, in Ghana.

 

“La situazione dello Zimbabwe non è il risultato di una catastrofe naturale o di condizioni internazionali avverse”, osserva la dichiarazione. “Essa è in gran parte autoinflitta. È una crisi della leadership morale e della capacità di governo”.

 

“Esprimiamo un forte appello al Governo dello Zimbabwe, nel nome di Gesù, perché ponga immediatamente fine alle violenze”, ha dichiarato il SECAM. La dichiarazione ha anche fatto appello ai responsabili politici del Paese perché siano “giusti e compassionevoli nel governare la propria gente”. Un appello che molti sperano possa non cadere nel vuoto.

 

di padre John Flynn

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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