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FEDE ANTIOCCIDENTALE

Massimo Introvigne – Giornale 16/03/2007

Il dibattito lanciato martedì sulle colonne di questo giornale, con la consueta chiarezza, da monsignor Alessandro Maggiolini a proposito della «teologia di Rosy Bindi» non può essere lasciato cadere. Riguarda, infatti, le radici culturali del governo Prodi e il suo rapporto con quella sintesi di fede e ragione, di Gerusalemme e di Atene che chiamiamo Occidente. Si chiede la Bindi se «non si tradisce la fede imprigionandola in un modello culturale, strumentalizzandola a sostegno del sistema occidentale, che è solo uno dei molti con cui un messaggio universale come il cristianesimo è chiamato a confrontarsi». All'obiezione aveva già risposto Benedetto XVI, in quel manifesto del suo pontificato che è il discorso di Ratisbona. Ai nemici dell'Occidente il Papa ricordava allora che l'incontro «tra la fede biblica e il pensiero greco, è un dato di importanza decisiva che ci obbliga anche oggi: il patrimonio greco, criticamente purificato, è una parte integrante della fede cristiana».

Il nemico di Benedetto XVI è il relativismo, secondo cui, per esempio, il matrimonio monogamico ed eterosessuale sarà pure un valore tradizionale in Italia, ma non lo si può imporre ai musulmani poligami o alle nuove culture gay. Se, come oggi afferma Rosy Bindi, quello occidentale è solo un modello fra i tanti, perché mai la fede dovrebbe essere «detta» nei termini della cultura occidentale e non di quella araba o malese? Questa obiezione, risponde il Papa a Ratisbona, «non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa».

Non è sbagliata, nel senso che non è necessario esportare le forme esteriori del cristianesimo occidentale in tutte le culture: per esempio, non è obbligatorio leggere la Bibbia nella pur autorevole versione greca, così come non si devono adottare per forza le forme artistiche dell'Occidente quando si costruisce una chiesa in Mongolia.

Ma l'obiezione è anche «grossolana» perché, ricorda Benedetto XVI, resta un fatto che «il Nuovo Testamento è stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco». Il sospetto è che chi se la prende con l'Occidente voglia negare l'idea stessa di una legge naturale, valida per tutte le culture e che la ragione può conoscere. Allora si deve rispondere con fermezza, con il Papa a Ratisbona, che se il problema riguarda «le decisioni di fondo che riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa».

Uno dei più insidiosi progetti di separare il cristianesimo dalla cultura greca per riportarlo a un'ipotetica purezza originaria e renderlo completamente permeabile all'incontro con culture non occidentali fu la dottrina della Chiesa «culturalmente povera» teorizzata da don Giuseppe Dossetti. Per Dossetti, maestro di Rosy Bindi ma anche di Romano Prodi, la Chiesa deve farsi povera non solo spogliandosi di molti dei suoi beni terreni, ma anche rinunciando a quella ricchezza che è la sua cultura occidentale. Si tratta proprio della posizione criticata da Benedetto XVI a Ratisbona. E il fatto che Dossetti e il suo ideale della «povertà culturale» siano stati celebrati in un convegno a Bologna a dieci anni dalla sua morte, nel dicembre 2006 - dunque, tra l'altro, dopo il discorso di Ratisbona -, dai suoi numerosi discepoli della cosiddetta «scuola di Bologna», fra cui spiccava Romano Prodi, mostra come il progetto anti-occidentale dossettiano dia il tono culturale all'attuale governo della Repubblica italiana.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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