1

NEUTRALISMO ANTIAMERICANO

di Renzo Foa – Giornale 7/02/2007

Un neutralismo mascherato. Non c'è un'altra possibile definizione della visione e delle scelte del governo in politica estera. La mitologia del multilateralismo appare sempre più lo schermo dietro il quale viene nascosta la permanente tentazione di seguire un'oscura «terza via». Anzi, se ne vede uno solo: distinguersi sempre e comunque da Washington. O contrapporglisi, salvo quando è proprio impossibile. D'Alema, con la sua lettera di ieri, ne ha dato l'ultimo esempio. Agli alleati le rispostacce, le buone maniere sono riservate a Ahmadinejad, a Chavez, a Hezbollah, come dieci anni fa a Fidel Castro. Farnesina o Eurabia? Una Sigonellina? Uno Chirac di serie B?

Si può dunque avere il dubbio che, per il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e le forze che essi rappresentano, l'offensiva degli estremisti dell'Unione su Vicenza e sull'Afghanistan sia solo un alibi. L'alibi non solo per cancellare le scelte compiute dalla Casa delle libertà, ma per giustificare una costante e ininterrotta divaricazione dall'insieme della storia italiana. Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio non sono dei guastatori, sono piuttosto funzionali ad un'operazione destinata a cercare altri interlocutori internazionali e a fissare nuove priorità.

Se non fosse così, non ci sarebbe stata questa reazione alla lettera pubblica dei «Magnifici sei» e alla nota del Dipartimento di Stato. Se i bersagli fossero stati gli estremisti dell'Unione, sarebbe stata data una risposta opposta, sarebbero stati riaffermati gli impegni presi. Presi per di più nell'ambito di quel multilateralismo - l'Onu e la Nato - esibito come «opzione di pace». Invece, l'appello degli ambasciatori degli alleati maggiormente impegnati sul fronte afghano si è abbattuto direttamente su Prodi, su D'Alema e su Parisi, cioè sui garanti del ruolo italiano. La diffidenza riguarda loro. E non è fuori luogo.

Già tra il 1996 e il 1998, durante il suo primo passaggio a Palazzo Chigi, Prodi ebbe una difficile convivenza con l'unilateralismo clintoniano - il democratico Clinton, non Bush - nella ex-Jugoslavia e in Irak. Il Kosovo fu solo una parentesi, subito chiusa, al punto che il partito di D'Alema è stato successivamente prodigo di autocritiche. Oggi il Professore è sulla stessa lunghezza d'onda di allora. Sa che c'è un solo limite che non può superare, ovvero il coinvolgimento nella Nato, il vincolo che rende impossibile la ritirata da Kabul. È quel che in questi giorni ha cercato di spiegare ai suoi alleati. Ma su tutto il resto non resiste ad esprimere una visione di neutralità. Massimo D'Alema l'ha esplicitamente tradotta nell'equivoca formula dell'«equivicinanza», grazie alla quale Hezbollah, Hamas, Ahmadinejad, le «corti islamiche» somale e così via sono considerati alla stessa stregua delle democrazie occidentali. È, in altre parole, la visione della rinuncia ad un ruolo internazionalista, con l'argomento della coabitazione con una sinistra estremista.

Hanno dunque capito bene gli alleati. L'anomalia italiana non è solo costituita dal «pacifismo al governo» di Rifondazione, Pdci e Verdi, ma soprattutto dal neutralismo mascherato che Prodi e D'Alema, nonostante le tardive grida di Rutelli, hanno eletto a politica estera dell'Unione.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

Indietro