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VENEZUELA, TUTTI I POTERI A CHAVEZ RIARMATO DA CREMLINO E AYATOLLAH

di Alberto Pasolini Zanelli – Giornale 31/01/2007

Riceve dal Parlamento piena autorità per 18 mesi nella Difesa e nell’Economia

da Washington

Hugo Chavez ha i pieni poteri e ne avrà domani altri. L’ecuadoregno Rafael Correa, suo amico ed emulo, non li ha ma li vuole. Il presidente del Venezuela vuole anche missili e aerei senza pilota. La Russia glieli sta già fornendo ma lui dice che non è vero, che chi li sviluppa assieme a lui è l’Iran. Una «congiuntura» curiosa ma anche allarmante, che conferma e accentua la sbandata in corso da anni nell’America Latina in senso antiamericano e antidemocratico. Negli ultimi anni le elezioni sudamericane sono state vinte, spesso anche se non sempre, dai candidati e dai partiti della sinistra, soprattutto estrema e Chavez, grande ammiratore di Castro, è in pratica subentrato a Fidel come leader radicale continentale, suscitando fra l’altro emulazioni. Soprattutto nella richiesta di pieni poteri. L’uomo forte di Caracas ne aveva già ricevuti un bel pacco da un Parlamento docile in cui i suoi sostenitori sono in maggioranza. Subito dopo la sua rielezione aveva ricevuto carta bianca per la gestione di una «riforma costituzionale» su misura per lui.

Non gli bastava e adesso ha chiesto il diritto a governare per decreto anche l’economia e la Difesa. Anzi, non ha avuto nemmeno bisogno di chiederlo: la Camera glielo ha offerto spontaneamente. Il voto formale dovrebbe venire domani, ma già ieri il Parlamento ha detto preventivamente di sì. Si è in pratica autoespropriato per un anno e mezzo. Nei prossimi diciotto mesi farà tutto Chavez in due settori fondamentali: in campo economico si accelererà il ritmo delle statalizzazioni, delle nazionalizzazioni, degli espropri delle ditte straniere. Vale a dire essenzialmente del petrolio. I proventi serviranno anche ad ampliare e ad accelerare un ambizioso progetto di riarmo che fin d’ora appare sproporzionato alle dimensioni strategiche del Paese.

Caracas ha già firmato un accordo di 3 miliardi di dollari con la Russia per la vendita di armi dei più svariati livelli: aerei da combattimento (24), elicotteri (53), kalashnikov (100mila). Ed è solo l’inizio. Un’agenzia russa specializzata in questioni militari ha rivelato ieri che sono in corso negoziati per la fornitura di missili terra-aria del tipo Tor-M1: un «sistema» di otto missili montati su rampe mobili in grado di «identificare» fino a 48 obiettivi e colpirne simultaneamente due fino ad un’altitudine di 6mila metri. Caracas smentisce ma contemporaneamente riafferma la propria volontà di sviluppare vari sistemi di armi in stretta collaborazione con l’Iran, che ha appena ricevuto dai russi 29 esemplari del Tor-M1, suscitando dure proteste di Washington.

Il governo venezuelano ha inoltre annunciato di stare studiando, sempre in collaborazione con Teheran, la costruzione di aerei senza pilota. La firma è prossima, conferma il generale Raul Baduel, ministro della Difesa, come «paragrafo» di un più vasto accordo di collaborazione militare fra Chavez e il collega Ahmadinejad, che due settimane fa ha visitato Caracas. Gli apparecchi sono del tipo Uav in dotazione all’Aeronautica Usa, che se ne serve in Irak, in Afghanistan e probabilmente anche nei sorvoli dell’Iran. La comune inimicizia è il cemento della improbabile alleanza.

È probabile che entrino a farne parte altri Paesi sudamericani. Forse la Bolivia, più probabilmente l’Ecuador, il cui nuovo presidente segue in modo pedissequo le iniziative di Chavez. Anche Correa vuole i pieni poteri, ma a differenza del suo modello non dispone di una maggioranza parlamentare disposta a concederglieli. E allora ha fatto ricorso alla piazza: dimostranti di estrema sinistra hanno dato l’assalto ieri alla Camera di Quito, cacciato i deputati e proclamato a gran voce la richiesta della convocazione di una Assemblea Costituente, destinata a sostituire il Parlamento riluttante.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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