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SANGUINETI: «I RAGAZZI DI TIENANMEN? POVERETTI CHE VOLEVANO LA COCA-COLA»

di Paolo Bracalini – Giornale 22/01/2007

Il candidato sindaco Prc di Genova: «Erano sedotti dall’Occidente». Volontè: vomitevole

da Milano

Bisogna farci l’abitudine. A guardare quel volto alla Marty Feldman (è lui stesso a schermirsi come quasi sosia di «un mediocre attore inglese»), ad ascoltarne l’eloquio forbito, l’incedere timido della voce interrotta dalle «sss» sibilanti colpa di un difetto di pronuncia, a scorrerne la bibliografia chilometrica, e poi prepararsi a tutt’altro. Perché il poeta Edoardo Sanguineti, se dovesse scegliere, preferirebbe somigliare ad un rapper di strada piuttosto che a Pascoli o Carducci. E anche in politica, da candidato della sinistra radicale al Comune di Genova, il letterato ha definitivamente scelto lo stesso registro, quello della provocazione e dello sberleffo per «scuotere il borghese», come insegna l’avanguardia letteraria di cui è stato capofila negli anni ’60. Dopo aver detto di voler «restaurare l’odio di classe nei confronti dei padroni» mettendo in imbarazzo tutta la sinistra ligure, Sanguineti ha prodotto un’altra strofa rap, in un’intervista a La7: «Quelli di Tienanmen - ha spiegato il poeta - erano veramente dei ragazzi poveretti, sedotti da mitologie occidentali, un poco come quelli che esultarono quando cadde il muro; ma insomma, erano dei ragazzi che volevano la Coca-Cola».

Sanguineti, giocoliere della parola (la sua opera in Italia è stata la bibbia della sperimentazione linguistica) non ha ancora preso bene le misure con la politica che, a differenza della poesia, prevede repliche e concede meno licenze. La replica infatti è arrivata subito dal centrodestra. Il senatore della Lega Nord Stiffoni ha consigliato a Sanguineti «un buon psichiatra che gli spieghi che siamo nel 2007, in Italia e non a Pyongyang». «Negazionista» secondo il capogruppo dell’Udc alla Camera Luca Volontè, che aggiunge: «È semplicemente vomitevole negare che i ragazzi di Tienanmen manifestarono per la libertà. Fa parte della violenza censoria del comunismo».

È vero d’altronde che Sanguineti non rinnega affatto la sua appartenza ideologica. In una lectio magistralis per i 91 anni di Ingrao, dal titolo «Come si diventa materialisti storici», il candidato sindaco di Rifondazione descrive la fine del Pci come un fatto terribile, «un evento di cui tutti stiamo ancora pagando il prezzo». Col Pci è stato eletto consigliere comunale a Genova, nel 1976, e poi alla Camera come indipendente. «Nel 1979 il Pci mi chiese se volevo presentarmi in Parlamento - racconta - accettai perché nessuno ne aveva troppo voglia proprio per il clima e il pericolo che si correva e perché nell’emergenza non sono abituato a tirami indietro». Erano gli anni della contestazione e chi come lui a sinistra, nelle università, si schierava col partito contro quei «piccoli borghesi che volevano scardinare il mondo e sono finiti nella lotta armata», era in minoranza.

Secondo Sanguineti, oggi quell’emergenza a sinistra c’è ancora, perché non c’è un partito del proletariato. «La sinistra crea partiti di opinione e il proletario è più solo che mai». A fargli compagnia, ormai, c’è solo il rap stonato di qualche poeta.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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