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IL FANTASMA DEL COMUNISMO

di Ernesto Galli della Loggia – Corriere 14/01/2007

Un fantasma si aggira per l'Europa, il fantasma del comunismo defunto. E' il fantasma che ha aleggiato una settimana fa nella cattedrale di Varsavia costringendo il cardinale Wielgus a rinunciare a insediarsi come nuovo arcivescovo. E' il fantasma che ha appena indotto la conferenza episcopale di quel Paese a riesaminare le biografie di tutti i vescovi per accertare i loro eventuali cedimenti al regime.

E' lo stesso fantasma che aleggia intorno a Putin e a tanta parte dei gruppi dirigenti dell'Est europeo; lo stesso dell'archivio Mitrokhin così goffamente gestito dal nostro Paese.

In un senso ampio e profondo è il fantasma del passato novecentesco dell'Europa, dominato dal totalitarismo. Sul conto del quale tanta parte dell'opinione pubblica democratica ha a lungo alimentato un'illusione: e cioè che a esso fosse stata posta fine nel 1945 con la sconfitta del nazismo e del fascismo, e che il comunismo - tra l'altro proprio perché uno degli autori di quella sconfitta - non potesse neppure essere sospettato di essere qualcosa di analogo. Ma era un'illusione, appunto. Oggi sappiamo che precisamente dopo il '45, anzi, il totalitarismo nella sua versione comunista-sovietica iniziò a vivere su metà del nostro Continente una nuova vita destinata a vederne moltiplicate le malefatte. Su una metà: perché sull'altra metà, invece, esso appariva a molti con tutt'altra immagine.

È consistito proprio in questo doppio volto il tratto specifico del totalitarismo comunista rispetto alla vicenda europea. Proprio in questa capacità mimetica di celare la figura ripugnante di Mister Hyde dietro quella angelica del dottor Jekyll si è manifestato l'elemento peculiare (ed è permesso aggiungere: diabolico?) della sua natura. Hitler non nascose mai di volere guerre e stermini. Da Lenin a Breznev, al contrario, il comunismo ha sempre proclamato di essere e di volere ciò che non era né voleva. Proprio una tale doppiezza gli ha consentito di sommare alla capacità di pressione e di violenza esercitata all'interno dei propri regimi (come è avvenuto per ogni totalitarismo) una mai vista capacità di suggestione e di inganno all'esterno di essi. E così di costruire dappertutto una rete smisurata di fedeltà, di acquiescenze, di sottomissioni, di complicità - in parte obbligate in parte volontarie.

Poi all'improvviso, come per incanto, la disintegrazione, il repentino sbriciolarsi e svanire di tutto. Ma  senza il seguito di autentici esami di coscienza; con ben poca verità e senza pentimenti. Soprattutto senza alcuna passione pubblica di giudizio e di ricordo. In questo vuoto della coscienza e della memoria europee c'è stato però chi ricordava. Altroché se c'è stato, e molto probabilmente c'è. Chi «sapeva», infatti, ha naturalmente continuato a sapere - sia sul versante dei padroni di un tempo che su quello dei complici e delatori - e tutto lascia credere che per questa via abbia potuto alimentarsi un'oscura rete di sensi di colpa, di silenzi e di ricatti, di ampiezza ignota e che verosimilmente in qualche modo dura tuttora.

Insomma, dalla caduta del comunismo in poi, l'Europa vive con la sua ombra di Banquo (*), ed è singolare che oggi sia proprio la Chiesa cattolica - che pure nella realtà fu tra i pochi a non farsi mai illusioni sulla vera sostanza del comunismo - a doverne temere le riapparizioni. Può essere considerata la conferma, di certo paradossale, di quanto la sua storia sia fino in fondo, nel bene e nel male, la storia di questo Continente, e di quanto proprio perciò le spettino oggi, di nuovo, il compito e l'onere di dare l'esempio.


(*) L'amico di Macbeth nell'omonima tragedia di Shakespeare.