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Globali, quindi solidali e cristiani
di Michael Novak – Giornale 29/12/2006

Michael Novak: «La solidarietà rende coscienti di appartenere alla comunità umana»

* Scrittore e teologo, docente presso l’American Enterprise Institute

«Non abbiate paura!» è l’esortazione ripetutamente rivolta da Giovanni Paolo II ai popoli della terra, né si può dimenticare l’invito di Papa Giovanni XXIII, durante il Concilio vaticano II, ad allontanarsi dai «profeti di tristezza». Con questo spirito vorrei affrontare il formidabile fenomeno che va sotto il nome di «globalizzazione». La mia tesi è semplice da esporre, anche se difficile da spiegare completamente in uno spazio limitato: la nostra è un’epoca fortemente favorevole alla credibilità dei temi fondamentali della dottrina sociale cattolica.

Nell’Esortazione apostolica “Ecclesia in America” (1999), Giovanni Paolo II ha descritto i «neoliberali» come materialisti preoccupati unicamente dei processi di mercato, dei profitti e dell’efficienza, a detrimento dello spirito, dei valori e dei diritti umani. Nel sistema economico di oggi è tuttavia molto difficile essere materialisti nel senso stretto del termine. Pensate all’ultimo acquisto di un programma per il vostro computer: lo tenete in mano e vi rendete conto che lo avete pagato 200 dollari, ma quanto materiale avete effettivamente in mano? Circa 80 centesimi di plastica. In realtà, ciò che avete comprato è quasi interamente composto da intelletto, frutto dello spirito umano, della umana intelligenza. Intorno a noi, la rivoluzione meccanica è stata sostituita dalla rivoluzione elettronica, la materia conta sempre meno e l’intelligenza (o lo spirito) sempre più.
Perfino i fisici nucleari hanno sviluppato un concetto di «materia» talmente nuovo da far sembrare il vecchio contrasto tra «spirito» e «materia» quasi fuori moda come un tram a cavalli. La solida materia viene analizzata in parti sempre più minuscole - molecole, atomi, neutroni, quark - che svaniscono in qualcosa simile a impercettibili unità di energia o luce, pure quasi quanto ciò che una volta si immaginava come «spirito».
Anche l’origine della ricchezza veniva un tempo spiegata su basi principalmente materiali. Inizialmente, la maggiore forma di ricchezza era la terra, sostituita poi dal capitale, concepito meramente come insieme di forti investimenti in fabbriche e macchinari. Attualmente, gli economisti affermano che la principale causa della ricchezza delle nazioni non è affatto materiale, bensì è costituita da conoscenza, abilità, sapere, cioè da quell’insieme di ricerca, invenzione, organizzazione e capacità di previsione che viene definito «capitale umano», un capitale che si trova all’interno dello spirito umano ed è prodotto dalle attività non materiali di educazione, formazione e guida. Il capitale umano include componenti morali, come il duro lavoro, la collaborazione, la fiducia sociale, la sollecitudine, l’onestà, e sociali, come il rispetto della legge. Il fattore fondamentale che rende le nazioni ricche è l’investimento nel capitale umano e nel suo sviluppo. La più grande ricchezza di una nazione, dicono gli economisti, è il suo popolo.
In altri termini, non sono le risorse materiali di per sé che fanno ricca una nazione. Anche l’economia sembrerebbe quindi, come la fisica e altre scienze, porsi contro il materialismo.
Nessun principio è invece così fondamentale nella dottrina sociale della Chiesa quanto il primato dello spirito. Oggi questo principio sembra essere rivendicato in molti campi, dalla cura delle malattie fisiche e mentali, alla formazione morale, alla capacità di generare fiducia nel futuro, e anche la ricerca empirica sembra confermare il primato dello spirito contro i tentativi puramente materialisti di spiegazione dei comportamenti umani.
Solidarietà. Leone XIII, descrivendo nella “Rerum novarum” (1891) i cambiamenti tumultuosi che stavano sconvolgendo il mondo agricolo e feudale dell’Europa premoderna, intuì la necessità di un nuovo tipo di virtù per i cristiani, rimanendo incerto tra le definizioni di giustizia o di carità, di giustizia sociale o di carità sociale. Un secolo più tardi, nella “Centesimus annus”, Giovanni Paolo II ha focalizzato questa nascente intuizione nel termine «solidarietà», intendendo con questo la virtù speciale della carità sociale, che rende ogni persona cosciente di appartenere alla razza umana nella sua totalità, di essere fratello e sorella di tutti gli altri, di vivere in comunione con tutti gli altri uomini in Dio. Solidarietà è un altro modo per esprimere il concetto di globalizzazione, ma nella dimensione dell’appartenenza alla comunità e della responsabilità personale. Solidarietà non è la scomparsa di sé nel pensiero del gruppo e nella collettività: è l’esatto opposto della collettivizzazione socialista, perché mira contemporaneamente alla responsabilità e all’iniziativa della persona, e alla sua comunione con gli altri. La solidarietà non intorpidisce, ma risveglia la coscienza individuale, suscita responsabilità, allarga la visuale personale mettendo in relazione l’io con tutti gli altri.
Non è però semplice definire cosa si intende per globalizzazione, e se ne possono citare almeno cinque definizioni, ognuna insufficiente se considerata singolarmente. Globalizzazione non è puramente una drastica riduzione nei costi di trasporto e di comunicazione. Globalizzazione non è solamente il restringersi del preesistente vasto mondo di nazioni diverse e distanti in un piccolo «villaggio», unito da mezzi di comunicazione in tempo reale, né essa è meramente costituita dalle energie centripete di un unico mercato globale interconnesso da internet e da telefono e televisione satellitari. Globalizzazione non è neppure solo l’aumento geometrico degli investimenti diretti dall’estero e del commercio internazionale.
Sebbene la globalizzazione sia tutte queste cose, vi è in essa anche una dimensione interiore: la globalizzazione ha cambiato anche il modo di pensare e di concepirsi delle persone, in modo nuovo, diverso, globale. Questo è un passo importante in direzione della solidarietà, perché gli essere umani sono creature «globali», membri di uno stesso corpo, ogni parte al servizio di ogni altra parte.
Il nostro è quindi un tempo favorevole a chi si impegna nella solidarietà e sfavorevole, al contrario, per chi si concepisce come una monade isolata.
Se un cattolico non si sente fiducioso in un’epoca di globalizzazione, a che serve il termine «cattolico», che è un altro modo per esprimere il concetto di «globale»? In fondo l’esigenza della globalizzazione iniziò con il comandamento: «Andate e predicate il Vangelo a tutte le genti», che impose alla cristianità di vedere tutti gli uomini come un unico popolo di Dio. La globalizzazione è l’ambiente naturale della fede cattolica.
Piuttosto che distribuire pane ai poveri è meglio aiutarli ad aprire forni e altre aziende, attraverso le quali possano servire altri, come mezzo per provvedere alle proprie famiglie, in modo indipendente, onesto e dignitoso. Non vi è alcun altro sistema per portare i poveri nel «circolo dello sviluppo».
Attraverso il loro lavoro, quelli che attualmente sono i poveri potranno, come gli altri, mostrare nelle loro vite il primato dello spirito, della solidarietà, della soggettività della società e della sussidiarietà, e vivranno la loro vocazione come cristiani e cittadini responsabili in società libere e prospere. Così potranno anche portare davanti all’altare del Signore «il pane che la terra ha dato e che le mani dell’uomo hanno fatto».

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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