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La Cina alla conquista dell'Africa

di Anna Bono - 21 dicembre 2006

Benché siano state tutt'altro che incruente, il bilancio delle grandi colonizzazioni dell'Africa (Bantu, arabo-islamica, europea) è stato finora positivo. Lo affermano gli stessi africani. Chissà se potranno mai dire altrettanto della quarta, quella che sta tentando di realizzare in questo momento la Cina. La prima colonizzazione, che risale al primo millennio dopo Cristo, è stata compiuta dalle etnie africane di lingua Bantu ed è stata forse la più cruenta. Si è trattato di una migrazione plurisecolare grazie alla quale la lavorazione del ferro e l'agricoltura furono introdotte in gran parte delle regioni subsahariane fino ad allora abitate da etnie dedite alla caccia-e-raccolta e alla pastorizia transumante e dotate di tecnologie rudimentali che consentivano un'esistenza incerta e spesso estremamente difficile.

Dal VII secolo è incominciata la seconda colonizzazione del continente, quella arabo-islamica, che, partendo dall'Arabia Saudita, ha rapidamente conquistato il nord Africa per poi proseguire più lentamente verso sud. Tra gli apporti positivi della nuova civiltà si annoverano la creazione di sistemi sociali e politici più ampi e meglio organizzati di quelli tradizionali e una certa apertura verso l'esterno che ha consentito contatti culturali ed economici più estesi e più frequenti, in alcuni casi anche intercontinentali.

Dei benefici dell'ultima colonizzazione, quella europea del XIX secolo, è superfluo dire perché sono sotto gli occhi di tutti: pacificazione di vasti territori, diffusione dell'idea di libertà e uguaglianza e dei diritti naturali della persona, importazione di tecnologie moderne, del modo di produzione capitalistico e del sistema democratico parlamentare, costruzione di infrastrutture, creazione di servizi sanitari e scolastici. Ne è derivata una moltiplicazione vertiginosa delle capacità produttive e quindi delle risorse disponibili.

Adesso è la volta della Cina che, al contrario dei colonizzatori che l'hanno preceduta, avanza ovunque nel continente senza colpo ferire, forte della propria ricchezza e della propria scarsa attenzione, per usare un eufemismo, al fattore umano. Il primo strumento di penetrazione è quello dei prestiti senza condizioni. Ora che finalmente i massimi organismi internazionali e gran parte dei governi occidentali chiedono ai Paesi africani fastidiose garanzie di risanamento economico, rispetto di precisi parametri finanziari, buon governo e tutela dei diritti umani, la Cina si è dichiarata disposta a concedere prestiti senza porre condizioni e naturalmente gli africani gongolano ammantandosi della virtuosa causa della tutela della loro dignità: l'Occidente «pensa di poterti dire come condurre i tuoi affari solo perché ti aiuta, queste condizioni sono magari ben intenzionate, ma umilianti» ha detto di recente il portavoce del governo ugandese. Così, mentre si liberano del fardello dei debiti contratti con l'Occidente e via via condonati per concedere all'Africa una seconda occasione di sviluppo, gli Stati africani si stanno indebitando di nuovo, pesantemente.

In secondo luogo la Cina, affamata di risorse energetiche e di materie prime, offre infrastrutture (strade, ponti, linee ferroviarie), strutture sanitarie e scolastiche, nonché armi, in cambio di petrolio, zinco, rame e altri minerali. In questo caso sono gli africani a non porre condizioni: né sulla qualità dei materiali usati né sul personale impiegato dalle compagnie cinesi incaricate di costruire strade e scuole. Questo risulta utile alla Cina in diversi modi. Le consente infatti di utilizzare la propria manodopera e inoltre di includervi decine di migliaia di prigionieri, ovviamente impiegati senza retribuzione, il che abbassa i costi di produzione. Ma non basta: sembra che gli accordi stipulati con alcuni Paesi, ad esempio lo Zambia, prevedano che, liberi o detenuti, i dipendenti cinesi, a lavori ultimati, diventino cittadini africani e non vengano quindi rimpatriati. Fonti missionarie sostengono che nel Paese, che conta meno di 12 milioni di abitanti, abitino già circa 600.000 immigrati cinesi.

 

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