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Il Petro-Zar

«Dobbiamo uscire da noi stessi, stabilirci accanto alle lacrime e nell'orbita delle miserie, se vogliamo che succeda qualcosa di straordinario, che era lì soltanto per noi» René Char, poeta francese

Andre' Glucksmann - Corriere della Sera 3 dicembre, 2006

Un pomeriggio d'ottobre, squillò il telefono. Da Mosca, poi da Roma: Anna era stata appena assassinata. Triste giorno per l'umanità. Triste giorno per la Russia. Triste giorno per la Cecenia. Triste giorno per tutti noi, e per me, suo amico. Una ricorrenza da festeggiare, forse, per Putin, che il presidente Jacques Chirac ha recentemente insignito (di soppiatto) della «Legion d'onore». Anna Politkovskaja era una creatura rara, con un coraggio fisico e morale da lasciare a bocca aperta. E, come tutti gli eroi, aveva una modestia e un umorismo sorprendenti.

Immaginatevi un passo sicuro, un viso d'angelo, uno sguardo luminoso nascosto da un grosso paio di occhiali, risate contagiose. Aveva perso il conto dei viaggi (oltre 50) andata e ritorno tra Mosca e Grozny, malgrado le intimidazioni, le minacce e gli assaggi di morte che vivacizzavano i suoi spostamenti. Voleva raccontare il terrore della guerra del Caucaso, che non aveva più smesso di seguire. Teneva duro di fronte all'atteggiamento del Cremlino, ma restava sgomenta, disgustata davanti alla scandalosa indifferenza dei politici occidentali. Non portava alcuna bandiera, salvo quella della verità. Il suo disprezzo per la crudeltà, indipendentemente da chi ne fosse l'autore, era assoluto e incondizionato. La sua integrità, irriducibile ai compromessi, aveva conquistato il cuore della popolazione cecena. Fu lei a negoziare la resa degli ostaggi dopo il sequestro al teatro «Dubrovka» di Mosca, sforzo poi vanificato dalle sopraggiunte «forze speciali», che gassarono gli sfortunati spettatori del musical «NordOst». Nel settembre 2004, si propose nuovamente come intermediaria a Beslan, quando qualcuno, nel volo da Mosca a Rostov, versò del veleno nel suo tè. Dopo quell'intossicazione, fisicamente Anna non si sarebbe più ripresa, ma seppe dare un manrovescio alla stanchezza e alle avvisaglie di morte.

I ministeri della forza, nostalgici del Kgb, le volevano un odio inestinguibile. Fu dichiarata «nemico n. 1» alla Duma. Con un sorriso disarmante, un giorno mi confessò che sapeva ciò che l'attendeva. «E allora?». Decine di fondazioni le avevano offerto lavoro in Occidente, ma lei declinava ogni invito. Le stava a cuore «salvare l'onore della Russia». La Cecenia martoriata era per lei una piaga aperta e il ripudio, purulento e contagioso, di tutto quanto, in tre secoli, aveva portato alla grandeur della cultura russa, dei suoi poeti e scrittori. Da cittadina, si sentiva responsabile dei crimini perpetrati anche a suo nome.

Quando, 40 giorni dopo il suo assassinio, allo scadere del lutto ortodosso, un gruppo di amici è andato ad accenderle qualche candela in memoriam, Anna sembrava già dimenticata dal grande pubblico, depennata dall'agenda. I suoi assassini, filmati dalla telecamera di videosorveglianza durante il delitto, sono dati per introvabili. Un brusio indistinto e contraddittorio ha insabbiato la sua morte nel lungo elenco, ogni giorno più fitto, dei crimini irrisolti. Giornalisti, banchieri, politici o semplici sconosciuti cadono sotto i proiettili dei sicari; è la banale quotidianità per chi vive a Mosca, San Pietroburgo e in tutta la santa «Russia di Putin», il quale, da vero galantuomo, ha dichiarato che la compatriota freddata a colpi di proiettile era in grado di esercitare un'influenza «insignificante». La bara non è ancora chiusa, e il nostro villanzone già gonfia il petto e tende i muscoli: bandita dalla tv già da diversi anni, ostracizzata dalle pubblicazioni ad alta tiratura, la vittima deve dare atto, sin nell'oltretomba, della potenza delle folgori del Cremlino.

L'immemore opinione pubblica internazionale pare avere fatto sua la filosofia del Petro-zar, tornando ben presto a occuparsi dei propri affari. Ci sono voluti altri dieci giorni, e la lenta agonia di Alexander Litvinenko in un ospedale londinese, perché ai giornali tornasse alla memoria l'esemplare giornalista della Novaya Gazeta. L'ex agente dei servizi segreti russi, che aveva esposto in due libri i crimini dei leader della Lubianka (Putin compreso), stava indagando sugli attentati - secondo lui orchestrati dall'Fsb - che provocarono 300 vittime a Mosca dando il via all'offensiva in Cecenia, e sull'assassinio di Anna. Per queste ragioni, Litvinenko non poteva sfuggire alla dose letale preparata dai servizi segreti russi, specializzatisi, dai tempi di Stalin e Andropov, in questi gustosi cocktail. Ingoi il liquido senza accorgerti di nulla e ti ritrovi, sotto gli occhi del mondo intero, in preda ad atroci sofferenze. Anna aveva il sospetto, per avere vegliato al capezzale di un collega troppo curioso, quindi liquidato a quel modo, che gli assassini calibrino con astuzia le dosi affinché la vittima muoia a poco a poco, in preda a orribili torture. Quel tanto che basta perché il dolore, propagandosi al sistema muscolare e nervoso, mandi a tutti i presenti, parenti e non, un utile avvertimento: ecco qual è la fine di chi ficca il naso negli affari del potere. A buon intenditor «Questa terapia - mi confidava - è più efficace, ad esempio, di stucchevoli messe in guardia».

Credo che Anna abbia considerato i due proiettili che l'hanno colpita alla testa come l'ultimo dono del destino. Sapeva di avere di fronte qualcosa di ripugnante e che doveva restare sottaciuto, e si era invece data per missione, con cognizione di causa, di portare tutto alla luce e fare nomi. Perché? Perché è stata così coraggiosa? Perché ha osato sfidare il rischio estremo? Per la sua intrepida fierezza: «Mi rifiuto di nascondermi e di aspettare, chiusa in cucina, giorni migliori». E per la sua insaziabile generosità. Negli appunti del suo ultimo articolo, risistemati e pubblicati dai suoi colleghi, afferma: «Non mi va di soffermarmi sulle altre "gioie" del lavoro che ho scelto: l'avvelenamento durante il volo per Beslan, gli arresti, le lettere e le e-mail con minacce di morte, le promesse di farmi fuori. Io non me ne curo. L'essenziale è poter fare quello che mi sembra importante. Raccontare la vita, ricevere ogni giorno in redazione persone che, disperate, non sanno più dove andare. Le autorità le fanno girare da un posto all'altro, perché le loro storie di sofferenza non collimano con le concezioni ideologiche del Cremlino, e infatti possono essere raccontate e pubblicate solo sul nostro giornale».

Eppure, dietro l'incandescente professione di fede di una giornalista che scava nel profondo della deontologia andando oltre il suo mestiere, vedo qualcosa di più. Nella precisione delle sue descrizioni e nell'acume penetrante del suo stile si staglia l'epigono di Cechov, di cui spesso ricorda la capacità di scrittura. Nel Nord del Caucaso, Anna aveva scoperto qualcosa di più grave dei comuni disastri dei conflitti coloniali. «È un mondo in preda a una totale irrazionalità militare. Che, anche se la guerra terminasse domani - chi può dirlo - non cesserebbe. Checché ne dicano le teorie di medici, neurologi e psichiatri sulle "infinite possibilità", ogni uomo ha una limitata capacità di resistenza morale, oltre la quale si apre il proprio baratro. Che non è necessariamente la morte. Può esserci di peggio: la totale perdita di umanità, in risposta a tutti gli abomini della vita. Nessun uomo sa di cosa potrebbe essere capace, in guerra».

«Non c'è soltanto l'infinita sofferenza dei ceceni - mi raccontava -, ma anche quella di noi russi, e di voi occidentali, ricchi ma miopi. La barbarie sfrenata è un cancro le cui metastasi - corruzione, antidemocrazia, brutalità - allignano a Mosca, San Pietroburgo e nelle vite della misera provincia russa. Il mio Paese non è una delle tante dittature africane o latino-americane. È un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, la seconda potenza nucleare al mondo, un imponente produttore di armi, un eccezionale esportatore di gas e petrolio. I padroni del Cremlino hanno in pugno una capacità offensiva inaudita, e la useranno senza troppi scrupoli o remore. Il calvario dei ceceni è soltanto il primo passo, una manifestazione periferica delle loro capacità. Ho visto le poche libertà che avevamo scomparire, l'autocrazia - la "verticale del potere" - soffocare un'opinione pubblica proprio sul punto di sbocciare, con il Paese nelle mani di un'anarchia mafiosa e burocratica in cui i conflitti d'interesse si regolano a colpi di arma da fuoco o, se va bene, con incarcerazioni arbitrarie. Vedi Khodorkovski».

La forza di Anna, il segreto di un coraggio inesorabile risiedeva, a mio parere, nel non nascondere - né a se stessa, né agli altri - la sua estrema fragilità. Si riconosceva vulnerabile, ma sapeva anche che il resto del mondo non era meno mortale di lei, e certamente più vile. Tutto poteva precipitare da un momento all'altro, persone e cose, scuole e musei. Rifletteva, scriveva, raccontava affacciandosi sui baratri. Anna-Cassandra aveva ravvisato nel conflitto ceceno l'abisso che inghiotte la società russa. Perché la censura si insinua nelle anime, e i cittadini regrediscono alla vecchia tradizione di sottomissione, mentre i padroni dello Stato riacquistano una libertà di azione illimitata: non controllati a casa propria, poco sorvegliati fuori confine, con la comunità internazionale accomodante con il regime. Non soltanto Anna presagiva l'imminenza della sua morte; si stava anche accorgendo di un pericolo senza nazionalità, per cui la nostra sopravvivenza rischia di essere lasciata alla mercé di politici pavidi e corrotti, a Mosca simbolo di potere e male assoluti.

Anna Politkovskaja è morta inutilmente? Lei ha suonato le campane a martello, affinché il mondo democratico sapesse e reagisse. I leader che, in Europa occidentale, fanno il bello e il cattivo tempo, hanno prestato il fianco alla sfrontatezza di Vladimir Vladimirovich. Questo ex ufficiale della Gestapo sovietica (il Kgb) si pavoneggia nei fronzoli di un «democratico puro», come l'ha definito Gerhard Schroeder (ex Cancelliere tedesco e neo-assunto alla Gazprom), il quale gli ha giurato un'amicizia eterna (pagata in contanti). Quanto al presidente francese, non sembra minimamente pentito di avere appuntato la più alta onorificenza della République sul petto d'un Putin. Nessuno dei due, nessuno dei loro simili, ha mai messo il naso negli scritti di Anna Politkovskaja, tanto è il terrore di scoprire le verità pestilenziali che ha pagato con la propria vita.

Morta per niente? Morta per noi. Noi occidentali, che non l'abbiamo saputa leggere, né proteggere. Questo niente, per cui lei ha dato la vita, siamo noi. Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile. Ai tempi della Chiesa primitiva, un discepolo chiese un giorno al suo saggio: «Padre, recito le preghiere e mi dedico alla meditazione, che posso fare di più?». Il vecchio, secondo Abba Giuseppe, si alzò e tese le mani verso il cielo, e le sue dita divennero come dieci torce di fuoco. E disse: «Perché non diventare completamente fuoco?».

La scorsa primavera, quando la vidi per l'ultima volta, Anna mi disse: «Se mi uccidono, non c'è bisogno che facciate indagini, il mandante è al Cremlino». Il 23 novembre scorso, Alexander Litvinenko se ne è andato sussurrando queste parole: «I bastardi hanno preso me, ma non ce la faranno a prendere tutti». A noi spetta vederlo.

(Traduzione di Enrico Del Sero)

* * * Martire ATTIVISTA Anna Stepanovna Politkovskaja - giornalista, scrittrice, attivista per i diritti umani e oppositrice di Putin - ha dedicato gli ultimi anni alla denuncia dei crimini russi in Cecenia UCCISA Il 7 ottobre è stata uccisa a Mosca, nell'ascensore di casa, a colpi di pistola. Aveva 48 anni. Il commento di Putin: «Era ininfluente»

 

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