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QUEL PAPA BUONO CHE PIACEVA AI SOVIETICI

di ANTONIO SOCCI  -   www.antoniosocci.it

Da LIBERO: 21/11/2006

Papi e comunismo. I Vicari di Cristo di fronte al più duraturo e criminale dei regimi, alla più diffusa delle ideologie del Male. Non potevano esserci ambiguità, né indulgenze, né complicità. Invece ci sono state. E il guaio ha un'origine: il pontificato di Giovanni XXIII. Il cosiddetto "papa buono" fu un "buon papa"? Se si guarda alla voce "Comunismo" penso di no. Ho provato a spiegarlo nell'articolo dell'11 ottobre intitolato "Quell'empio patto fra il Kgb e il papa buono". Dopo averlo letto, Lucio Di Nisio ha scritto al Corriere della sera chiedendo a Sergio Romano, che tiene la rubrica delle lettere, cosa ne pensa. Romano ha risposto sul Corriere del 13 novembre premettendo di non aver letto il mio articolo e poi svolgendo un suo legittimo ragionamento storico.

Entrambi incorrono in un errore: la mia polemica infatti non era tanto sulla mancata condanna del comunismo da parte di Giovanni XXIII, quanto sul patto sottoscritto col Cremlino affinché il Concilio Vaticano II non condannasse esplicitamente e solennemente il comunismo e il sistema sovietico. L'ambasciatore Romano ricorda che l'Ungheria era appena stata abbandonata dall'Occidente in pasto ai carri armati sovietici, che i due blocchi si erano accordati sulla spartizione del mondo e dunque è ovvio, a suo parere, che anche Giovanni XXIII abbia cercato un dialogo con i regimi di oltrecortina: «da quell'apertura di credito all'Urss» scrive Romano «cominciano la ostpolitik della Santa Sede e le lunghe peregrinazioni di Monsignor Casaroli nelle capitali dell'Est europeo».

Romano considera evidentemente il Papa come un capo di Stato e dunque gli attribuisce un ragionare meramente politico. Se invece lo si considera innanzitutto come il Vicario di Cristo risulta incomprensibile e inaccettabile aver voluto limitare la libertà morale del Concilio per avere ospiti due osservatori ortodossi controllati dal Kgb. E appare sconcertante un patto con il Cremlino, cioè con i carnefici di milioni di cristiani, per evitare che venisse condannata la mattanza di tanti e tanti martiri innocenti.

 

La condanna del regime mai arrivata dal Concilio

Impedire la condanna solenne dell'ideologia comunista e dei sistemi comunisti, richiesta da 500 padri conciliari, fu ancor più assurdo perché si trattava di un Concilio pastorale, che si occupava di tutti i problemi storici del momento, un Concilio che si svolse a ridosso della più immane persecuzione della storia della Chiesa, mentre ancora tanti preti, vescovi e semplici cristiani erano perseguitati e martirizzati e mentre quell'ideologia stava imperversando in Occidente e stava per dilagare con il '68 perfino dentro la Chiesa, facendo danni devastanti. C'era dunque il dovere di illuminare i fedeli e ammonire il mondo. Ma non si volle assolvere a quel dovere. Si preferì assolvere di fatto il potere sovietico.

Romano incorre peraltro in una imprecisione storica, perché la Ostpolitik vaticana era cominciata addirittura quarant'anni prima, con Pio XI, subito dopo la rivoluzione d'ottobre: il Vaticano constatò negli anni Venti e Trenta i risultati fallimentari del tentato dialogo e soprattutto inorridì di fronte all'evoluzione criminale e genocida del regime sovietico. Così quel papa, Pio XI, alla fine del suo pontificato, nella Divini Redemptoris del 1937, formulò una condanna solenne e senza appello del comunismo, definendolo «un flagello satanico» e affermando: «il comunismo è intrinsecamente malvagio e nessuno che voglia salvare la civiltà cristiana deve collaborare con esso in qualsiasi impresa».

Pio XII, che dovette assistere al dilagare del comunismo dopo il 1945, imposto dall'Armata Rossa nell'Europa dell'Est e poi vittorioso addirittura in Cina, vide e proclamò la necessità di opporsi al "nuovo Islam" rosso che premeva alle porte di Vienna. Va detto che il fanatismo rivoluzionario pure in Italia nel dopoguerra lasciò una lunga scia di sangue - come documentato dai libri di Giampaolo Pansa - e fu anche il sangue di tanti preti. Intere regioni dell'Italia centrale videro il consolidarsi di un fortissimo Partito comunista e il parallelo sradicamento delle antiche radici cristiane di quelle campagne. Questo spiega le scelte di papa Pacelli.

Proprio in questo quadro va collocata la strana e tuttora oscura vicenda che riguardò monsignor Montini (poi diventato papa Paolo VI). Montini, come pro-Segretario di Stato, era il più stretto collaboratore di Pio XII. Ma il 1° novembre 1954 viene sollevato dall'incarico e nominato arcivescovo di Milano. Pio XII non volle crearlo cardinale (nonostante la cattedra ambrosiana fosse sede cardinalizia) e non volle mai riceverlo. In sostanza fu una vera defenestrazione. Ci si è arrovellati a lungo sull'episodio.

 

La strana vicenda di monsignor Montini

Secondo alcuni Pio XII era venuto a scoprire, tramite il colonnello Arnould (suo informatore) e l'arcivescovo luterano di Uppsala (che aiutava i cristiani dell'Est), che Montini, a insaputa del Papa, aveva intrattenuto rapporti col Cremlino. La cosa è confermata anche da monsignor Roche, collaboratore del cardinale Tisserant (il quale fu l'esecutore di Giovanni XXIII per l'accordo con Mosca). Roche scrisse alla rivista "Itineraires" (n. 285): «Voi commentate non senza ragione questo accordo (Roma-Mosca) che data, voi dite, dal 1962. In questo modo, mostrate di ignorare un accordo precedente che si colloca durante l'ultima guerra mondiale, nel 1942 per essere più precisi, e del quale furono protagonisti mons. Montini e lo stesso Stalin. Questo accordo del 1942 mi sembra di considerevole importanza».

Saranno gli storici a dover chiarire tutta questa intricata vicenda nella quale probabilmente Montini avrà agito in perfetta buona fede. Però l'accordo del 1962 relativo al Concilio è certo (anche qua troviamo il suggerimento di Montini come ascoltato consigliere di papa Giovanni). Ed è strano che non siano mai stati studiati i suoi effetti culturali e politici visto che appena chiuso il Concilio la Chiesa fu letteralmente devastata dall'invasione di un pensiero marxisteggiante e dalla contestazione ecclesiale.

Ciò che resta di questa svolta è il mito progressista di Giovanni XXIII come "papa buono", contrapposto evidentemente agli altri che sarebbero dei cattivi, reazionari e anticomunisti. Una mitologia che risponde al bisogno dei cattoprogressisti di avere dei propri santi e al bisogno della Sinistra egemone di delegittimare i Papi ad essa ostili.

Talora si arriva all'assurdo. Come quando nel marzo 2001 si procedette a un esame della salma di Roncalli e sui quotidiani il giorno dopo si gridò al miracolo: «Papa Giovanni, 37 anni dopo la morte il volto ancora intatto». Il "prodigio" fu accreditato anche da ecclesiastici con enfasi miracolistica. Senonché dopo poche ore si scoprì che il corpo era stato a suo tempo "trattato" con formalina per l'esposizione delle spoglie durante i funerali e dunque «non c'è nulla di miracoloso», come dovette precisare il dottor Gabrielli direttore del Gabinetto di ricerche dei Musei vaticani. Ma la smentita ebbe assai meno clamore della "notizia".

Un opinionista "progressista" come don Zega ne approfittò sulla Stampa per contrapporre il "papa buono" a chi sta operando «tentativi di restaurazione... penso a certi tentativi del cardinal Ratzinger. C'è oggi nella Chiesa una tendenza evidente al ridimensionamento del Concilio». Oggi Ratzinger è papa Benedetto XVI e mostra che si può dialogare con tutti con mitezza, ma senza arrendersi alle pretese altrui. La saldezza della sua guida infastidisce molto il "partito progressista". Non gli sarà perdonata. Perché è lui il vero "papa buono".

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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