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IL PAESE DEI LIBERI

di Massimo Teodori – Giornale 16/10/2006

Perché occuparsi della nascita del 300milionesimo americano che avverrà proprio mentre state leggendo il Giornale? Il fatto è che l'evento non è soltanto un caso statistico della più ricca e potente nazione del mondo. È anche l'occasione per riflettere sul modello americano e sulle ragioni che hanno portato gli Stati Uniti a tanto successo. Tutti riconoscono che il Novecento è stato il «secolo americano», ed è probabile che anche il Duemila sarà segnato dalla stessa impronta.

La crescita demografica degli Stati Uniti segue una tendenza eccezionale. Alla nascita, nel 1776, la nuova nazione contava tre milioni di abitanti per il 90% bianchi ed anglo-sassoni e per il 10% neri in stato di schiavitù. Furono necessari cent'anni perché la popolazione toccasse, nel 1880, i 50 milioni per balzare quindi nel 1920 ad oltre 100 milioni. Nel 1967 furono raggiunti i 200 milioni di abitanti ed oggi, dopo quarant'anni, è stata raggiunta quota 300 milioni. Ma le nude cifre non significherebbero granché se non si considerasse che i forti aumenti di popolazione sono sempre derivati non da incrementi naturali ma da massicce correnti migratorie affluite in terra americana.
Tra il 1880 e il 1920 entrarono negli Stati Uniti 40 milioni di immigrati, in gran parte provenienti dall'Europa tra cui moltissimi dall'Italia. Fu quello il periodo del più straordinario sviluppo economico che abbia conosciuto una nazione moderna. L'altro decisivo salto di popolazione si è verificato dalla metà degli anni Sessanta con il massiccio afflusso di latinos provenienti soprattutto dal Messico. Gli ispanici, che nel 1967 costituivano il 6,5% della popolazione, sono oggi oltre 60 milioni e costituiscono il gruppo etnico più numeroso (20,5%), in gran parte concentrato negli Stati del Sud-Ovest, a cominciare dalla ricchissima California oltre che a New York.

È proprio questa capacità unica degli Stati Uniti di attrarre, accogliere ed integrare come cittadini americani grandi masse di immigrati provenienti da tutti i continenti che ha rappresentato uno dei pilastri del miracolo americano. Quanti continuano a sostenere pregiudizialmente che i Wasp (White Anglo-Saxons Protestants) controllano il Paese, dovrebbero riflettere sul fatto che non si conosce altro Paese in cui l'originario gruppo dominante abbia accettato di divenire minoranza favorendo l'integrazione dei diversi - etnici, religiosi, culturali - a vantaggio dello sviluppo del Paese. I bianchi (Wasp e non-Wasp), che nel 1915 rappresentavano l'88% della popolazione con il restante 10,7% di neri, sono scesi al 76,6% nel 1967, ed a quasi la metà dei cittadini statunitensi al giorno d'oggi. Ciò significa che ci si trova di fronte a una comunità nazionale multirazziale, multiculturale e multireligiosa, per di più senza significativi conflitti etnici e di religione, che non ha eguali altrove.

I molti antiamericani che pontificano sulla mancanza di democrazia e sul potere classista che dominerebbe oltreoceano, dovrebbero spiegare come mai la Repubblica stellata continua ad esercitare una fortissima attrazione sulle popolazioni di tutto il mondo - asiatiche, africane, latinoamericane ed anche europee - non solo tra le fasce economicamente e socialmente più basse ma anche tra gli strati intellettualmente e scientificamente più qualificati. Evidentemente le libertà e le opportunità offerte dagli Stati Uniti sono abbastanza uniche.

La nazione che con 300 milioni di abitanti si pone oggi al terzo posto nella popolazione mondiale dietro Cina ed India, non raggiunge soltanto un traguardo quantitativo. Si presenta, almeno per il momento, come un modello di società e di Stato con capacità di attrazione verso grandi masse di popolazione mondiale a cui promette benessere individuale e opportunità esistenziali. È questo il modello che poggia sulla democrazia politica, la libertà individuale e l'economia di mercato, e che ha dato vita a quella particolare società aperta che permette a ciascun individuo, indipendentemente dalla condizione di nascita, una straordinaria mobilità economica e sociale. Tutto ciò è riflesso anche nel tasso di natalità che colloca gli Stati Uniti al primo posto dei Paesi sviluppati.

m.teodori@mclink.it

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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