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L'IMAM: «I CRISTIANI SONO BESTIE E IL LORO DIO NON ESISTE »

Alessandro Trevisani – Libero 12/11/2006

SEGRATE (MILANO) Avviso ai naviganti. Pensate che per meritarsi gli accidenti di qualche imam occorra disegnare vignette o stuzzicare l'orgoglio musulmano citando vecchi imperatori che nessuno ricorda (vedi il discorso di Ratzinger a Ratisbona)? Credete che per eccitare gli animi dei musulmani più integralisti occorra chiamarsi Oriana Fallaci, o mettersi a criticare l'usanza del velo per le donne? Niente affatto. Basta andare in una moschea a caso, un giorno a caso, e ascoltare la predica di un imam a caso. E sentirsi dire, udite udite, che chi non è musulmano è una «bestia». Tale e quale, alla faccia del dialogo e delle bandiere arcobaleno.

La cronaca: giorni fa veniamo a sapere che alla moschea di Segrate, alle tre del pomeriggio, ci sarà la predica dell'imam Abdur Rahman, alias Rosario Pasquini, un ex avvocato di 72 anni, che si è convertito all'islam quando ne aveva quaranta. Pasquini è amico e sodale di Ali Abu Shwaima, che del Centro Islamico di Milano e Lombardia, cioè della moschea di Segrate, è tra i fondatori nel 1988. E proprio Shwaima è l'imam che qualche settimana fa ha gridato insulti a Daniela Santanché, rea di avere biasimato l'usanza del velo: «Ignorante! Falsa! Infedele!», il tutto in diretta tv. Invettive, o forse una vera e propria fatwa, che alla deputata è valsa l'assegnazione della scorta da parte del Ministero dell'Interno. Bene, Shwaima ha detto recentemente in un'intervista a Tempi che nel giro di dieci anni «l'islam sarà nel cuore degli italiani». Perfetto, ci siamo detti noi di Libero, perché diffidare? Andiamo a conoscere questo islam che ci entrerà nel cuore.

Così eccoci a Segrate. La moschea spunta come un fungo in uno spazio desolato. Davanti c'è un distributore di benzina, più in là il cavalcavia, la strada per Milano. Entrando si ode il mormorio degli uomini che pregano. Le donne si radunano in un'altra sala, ben distante. Finita la preghiera ci uniamo al gruppo, togliamo le scarpe, come vuole il rito, ed entriamo nella stanza accanto, dove, in fondo, dietro a un tavolo, scorgiamo finalmente l'Abdur Rahman-Pasquini di cui sopra: un uomo dai modi gentili, il volto simpatico, incorniciato dalla barbetta bianca. La sala è colma di gente che siede in rispettoso silenzio, gli uomini nelle file davanti, le donne più indietro.

Pasquini, che ci dicono essere uomo di grande e illuminata saggezza, ci chiama per nome e ci fa accomodare in prima fila: devono avergli detto che siamo giornalisti. Nessun problema, scattiamo persino delle foto. Nel chiaro intento di convertirci, Pasquini ci dimostra l'esistenza di Allah, unico e vero Dio. «Allah», dice, «esiste come è vero il teorema di Euclide». Come negarlo? Impossibile. Lo dice espressamente Pasquini: a Dio non si "crede", di Dio ci si convince, coi giusti ragionamenti. Gli stessi che, sempre secondo Pasquini, dimostrano la falsità della religione cristiana. «Come può Dio avere un figlio? Questo lo fanno gli uomini!», e oplà, in un minuto è demolito il cristianesimo. Gli astanti, una quarantina, sorridono compiaciuti.

Molti sono gli italiani convertiti, che intervengono a domandare le cose più svariate. Ce n'è uno oltre la cinquantina, che chiede se bisogna per forza pregare in arabo. «Certo», risponde Pasquini, «altrimenti la tua preghiera non vale niente», e giù a biasimare la chiesa cattolica che ha abbandonato il latino. «Però», prosegue l'imam, «la pronuncia più stentata per Allah sarà uguale alla più perfetta». Meno male, pensiamo.

Ma il peggio deve ancora venire. Arriva infatti il momento di parlare degli infedeli. Pasquini: «Vivono in modo automatico, come degli animali». Infatti non sanno che Allah è il "vero" Dio, perciò nulla comprendono della vita. Colpiti da tanta intransigenza domandiamo all'imam: un uomo come Salvo D'Acquisto, un carabiniere che si incolpa di un attentato e si fa uccidere dai nazisti, salvando la vita a una ventina di innocenti, dobbiamo definirlo «una bestia»? L'esempio è di quelli pesanti, ma Pasquini non fa una piega. Premette che «Allah nella sua misericordia ne terrà conto», ma ciò non toglie che chi non riconosce Allah «ha vissuto come una bestia».

Nella sala c'è ancora più silenzio e grande attenzione. Noi insistiamo: dobbiamo forse dire che tutti i non musulmani, se pure si sacrificano al di là dei loro egoismi, vivono come bestie? «Non vivono come bestie, sono bestie», risponde secco Pasquini, mentre ci guarda con freddezza inquietante. Intanto il tizio seduto accanto ci interrompe con cortesia: «Scusa, ma i carabinieri che vanno in Iraq, cosa credi tu, ci vanno per questi», e con la mano il ragazzo, forse un egiziano, fa il cenno dei soldi. Siamo esterrefatti.

Pasquini dice ancora che le donne «sono razionalmente inferiori agli uomini, ma hanno altri doni ben più grandi». Però sono le occidentali le vere schiave, altro che donne islamiche, perché sono incalzate dalle ossessioni del consumismo. Dopo un'oretta così la predica si chiude e i fedeli se ne vanno. Certi ci guardano con un sorriso che non riusciamo a decifrare. Ecco Yussuf, un italiano convertito sulla quarantina. «Ho due figlie piccole ma gli faccio portare già il velo», dice, «è per abituarle».

Si parla di cristiani: «In cosa credono, me lo dici tu?! Può esistere un Dio che è uno e tre allo stesso tempo, padre, figlio e spirito santo?!», chiede Yussuf, che negli occhi ha sempre la stessa espressione vitrea, e mentre parla non fa una piega e non cambia mai tono. E incalza: «Chi ha scritto i Vangeli? Uomini vissuti cent'anni dopo Cristo, che raccontano per sentito dire! Invece il Corano è vero, è la parola dell'arcangelo Gabriele rivelata a Maometto». Insomma, l'importante è battere il cristianesimo.

Intanto si è fatto tardi: sconfortati, lasciamo la moschea dell'Ucooi, «la prima in Italia con cupola e minareto», come si legge nei siti online che le sono dedicati. Sarà, ma questo islam non ci è entrato nel cuore. Proprio per niente.


LA PRIMA MOSCHEA IN ITALIA CON CUPOLA E MINARETO

La moschea di Segrate, alle porte di Milano, si trova in via Cassanese 3. È stata fondata da Ali Abu Shuwayma e Abdur-Rahman (Rosario Pasquini) ed è la prima in Italia con cupola e minareto. Il Centro islamico pubblica "Il messaggero dell'Islam" dal 1982 e anima anche una casa editrice, le Edizioni del Calamo, che ha pubblicato testi sull'abbigliamento e l'alimentazione islamiche, e sulle donne nella società.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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